Si avvia alla conclusione questo lungo ciclo delle primarie che negli Usa hanno scelto i candidati e le candidate alle elezioni del 3 novembre prossimo. Quando si voterà per 33 Senatori (su 100), per tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, per ben 36 Governatori, per 88 delle 99 Camere statali e per una pletora di referendum e altri uffici elettivi. Come ogni due anni, insomma, gli americani si troveranno con una scheda elettorale a formato di lenzuolo, composta da numerose pagine. Cosa ci hanno detto queste primarie sul quadro politico e la salute della democrazia statunitense? Tre considerazioni, in grande sintesi, possono essere offerte.
Partecipazione
La prima, l’affluenza alle urne, offre più di una ragione di ottimismo ai democratici. Nelle primarie democratiche i tassi di partecipazione al voto sono stati straordinariamente elevati, a segnalare un entusiasmo non scontato. In Maine, il numero di votanti democratici alle primarie che sceglievano il candidato per il Senato è stato di tre volte superiore a 4 anni fa; in Texas, alle primarie sempre per il Senato, che hanno infine incoronato uno degli astri nascenti del partito, James Talarico, hanno votato più del doppio degli elettori rispetto a quelle, molto partecipate, nelle quale nel 2018 aveva prevalso Beto O’Rourke. Quattro anni fa, a questo punto delle primarie il 53% dei votanti era stato repubblicano e il 47% democratico; quest’anno il rapporto è di 57 a 43 a favore dei democratici.
Luci ed ombre
Questi dati – seconda considerazione – sono però temperati da altri. Da un lato, alla mobilitazione impressionante dei militanti corrisponde una persistente bassa fiducia dell’elettorato generale nei confronti del partito democratico e della sua leadership, di cui meno del 40% ha un’immagine favorevole. Soprattutto, il partito rimane lacerato da profonde divisioni interne, come proprio queste primarie hanno evidenziato, con numerose, aspre sfide tra esponenti dell’area più di sinistra e moderati e con vicende – su tutte l’implosione della candidatura progressista di Graham Platner in Maine – che hanno presumibilmente ridotto le chance di vittoria in collegi e Stati cruciali.
The Democratic Party's progressive wing scored a high-profile victory when Abdul El-Sayed won Michigan's US Senate primary, US media projected, giving its anti-establishment message a boost ahead of November's midterm elections https://t.co/kPu5tlUyQW
— Reuters (@Reuters) August 5, 2026
Le fratture nel partito democratico non si limitano a quella politico-ideologica storica e sono state particolarmente visibili nella discussione che ha portato alla revisione del calendario delle primarie presidenziali nel 2028. La decisione di farle iniziare con il voto in South Carolina è stata presa per sottrarre peso eccessivo a elettorati meno rappresentativi del pluralismo e della diversità del paese, come quelli di Iowa e New Hampshire, dove storicamente parte la sfida per la nomination; e serve a permettere che l’elettorato afroamericano, così centrale nella coalizione democratica, abbia un ruolo decisivo nella selezione.
Let’s get Haley Stevens elected to the United States Senate. pic.twitter.com/hzTO7sMlmP
— Jim Clyburn (@ClyburnSC06) August 2, 2026
È però anche frutto dell’azione di lobbying della potente macchina politica del deputato nero della South Carolina, Jim Clyburn, che già salvò la candidatura di Joe Biden nel 2020; e ha fatto infuriare molti rappresentanti ispanici, che chiedevano fosse il Nevada lo Stato prescelto. I democratici sarebbero maggioranza strutturale nel paese; gli ultimi dati di cui disponiamo sulle affiliazioni partitiche ci dicono che i democratici costituiscono circa il 37% dell’elettorato totale e i repubblicani il 31% (con un 27% di indipendenti). Sono però anche meno coesi ed omogenei – ideologicamente, demograficamente, e anagraficamente – dei repubblicani, e quindi più difficili da mobilitare e tenere uniti.
Repubblicani
Terzo e ultimo: il fronte repubblicano. Al progredire delle primarie, e all’ulteriore decrescere del consenso nei confronti di Trump, alcuni candidati sostenuti dal Presidente sono stati sconfitti. Se facciamo un computo totale, vediamo però che il sostegno di Trump è stato in una larga maggioranza dei casi decisivo, determinando anche la sconfitta di membri influenti e di lungo corso del Congresso, come quella del Senatore del Texas John Cornyn, in Texas.
Le primarie, insomma, hanno confermato il controllo ancora pieno di Trump sul partito repubblicano e i suoi rappresentanti. Contribuendo a nazionalizzare ancora di più il voto di novembre – a trasformarlo in un referendum sul Presidente – e promuovendo candidature spesso deboli, se non impresentabili, hanno però finito per offrire un’arma potente, e forse decisiva, nelle mani dei democratici.




