Politica

Usa: i democratici corrono per novembre, Trump resta padrone dei repubblicani

Chiuso il ciclo di primarie per definire le candidature in vista delle midterm elections. Tre considerazioni, in grande sintesi, possono essere offerte
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Il primo martedì di novembre si rinnoverà gran parte del Congresso e si voterà per governatori e svariati referendum - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo martedì di novembre si rinnoverà gran parte del Congresso e si voterà per governatori e svariati referendum - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Si avvia alla conclusione questo lungo ciclo delle primarie che negli Usa hanno scelto i candidati e le candidate alle elezioni del 3 novembre prossimo. Quando si voterà per 33 Senatori (su 100), per tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, per ben 36 Governatori, per 88 delle 99 Camere statali e per una pletora di referendum e altri uffici elettivi. Come ogni due anni, insomma, gli americani si troveranno con una scheda elettorale a formato di lenzuolo, composta da numerose pagine. Cosa ci hanno detto queste primarie sul quadro politico e la salute della democrazia statunitense? Tre considerazioni, in grande sintesi, possono essere offerte.

Partecipazione

La prima, l’affluenza alle urne, offre più di una ragione di ottimismo ai democratici. Nelle primarie democratiche i tassi di partecipazione al voto sono stati straordinariamente elevati, a segnalare un entusiasmo non scontato. In Maine, il numero di votanti democratici alle primarie che sceglievano il candidato per il Senato è stato di tre volte superiore a 4 anni fa; in Texas, alle primarie sempre per il Senato, che hanno infine incoronato uno degli astri nascenti del partito, James Talarico, hanno votato più del doppio degli elettori rispetto a quelle, molto partecipate, nelle quale nel 2018 aveva prevalso Beto O’Rourke. Quattro anni fa, a questo punto delle primarie il 53% dei votanti era stato repubblicano e il 47% democratico; quest’anno il rapporto è di 57 a 43 a favore dei democratici.

Luci ed ombre

Questi dati – seconda considerazione – sono però temperati da altri. Da un lato, alla mobilitazione impressionante dei militanti corrisponde una persistente bassa fiducia dell’elettorato generale nei confronti del partito democratico e della sua leadership, di cui meno del 40% ha un’immagine favorevole. Soprattutto, il partito rimane lacerato da profonde divisioni interne, come proprio queste primarie hanno evidenziato, con numerose, aspre sfide tra esponenti dell’area più di sinistra e moderati e con vicende – su tutte l’implosione della candidatura progressista di Graham Platner in Maine – che hanno presumibilmente ridotto le chance di vittoria in collegi e Stati cruciali.

Le fratture nel partito democratico non si limitano a quella politico-ideologica storica e sono state particolarmente visibili nella discussione che ha portato alla revisione del calendario delle primarie presidenziali nel 2028. La decisione di farle iniziare con il voto in South Carolina è stata presa per sottrarre peso eccessivo a elettorati meno rappresentativi del pluralismo e della diversità del paese, come quelli di Iowa e New Hampshire, dove storicamente parte la sfida per la nomination; e serve a permettere che l’elettorato afroamericano, così centrale nella coalizione democratica, abbia un ruolo decisivo nella selezione.

È però anche frutto dell’azione di lobbying della potente macchina politica del deputato nero della South Carolina, Jim Clyburn, che già salvò la candidatura di Joe Biden nel 2020; e ha fatto infuriare molti rappresentanti ispanici, che chiedevano fosse il Nevada lo Stato prescelto. I democratici sarebbero maggioranza strutturale nel paese; gli ultimi dati di cui disponiamo sulle affiliazioni partitiche ci dicono che i democratici costituiscono circa il 37% dell’elettorato totale e i repubblicani il 31% (con un 27% di indipendenti). Sono però anche meno coesi ed omogenei – ideologicamente, demograficamente, e anagraficamente – dei repubblicani, e quindi più difficili da mobilitare e tenere uniti.

Repubblicani

Terzo e ultimo: il fronte repubblicano. Al progredire delle primarie, e all’ulteriore decrescere del consenso nei confronti di Trump, alcuni candidati sostenuti dal Presidente sono stati sconfitti. Se facciamo un computo totale, vediamo però che il sostegno di Trump è stato in una larga maggioranza dei casi decisivo, determinando anche la sconfitta di membri influenti e di lungo corso del Congresso, come quella del Senatore del Texas John Cornyn, in Texas.

Le primarie, insomma, hanno confermato il controllo ancora pieno di Trump sul partito repubblicano e i suoi rappresentanti. Contribuendo a nazionalizzare ancora di più il voto di novembre – a trasformarlo in un referendum sul Presidente – e promuovendo candidature spesso deboli, se non impresentabili, hanno però finito per offrire un’arma potente, e forse decisiva, nelle mani dei democratici.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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