Opinioni

Trump riaccende la guerra, Hormuz incendia i mercati

Al presidente americano restano le parole e le armi, che però non bastano a piegare l’avversario e raggiungere gli obiettivi quando le guerre sono lanciate con velleitarismo e superficialità
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Samuel Corum © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Samuel Corum © www.giornaledibrescia.it

Riparte la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ritornano gli avvertimenti apocalittici di Donald Trump, che minaccia azioni devastanti che potrebbero, come disse qualche mese fa, riportare l’Iran «all’età della pietra». E si riaccendono, infine, i prezzi, su tutti quelli del petrolio che si avvicina ai 100 dollari al barile. Il prezzo del petrolio al barile era poco più di 70 dollari a inizio luglio, con il diesel in Italia ormai attorno ai 2.15/20 euro al litro e, negli Usa, il gallone di benzina solidamente sopra i 4 dollari, quando il suo prezzo era di 2.80 dollari prima dell’inizio del conflitto.

Il memorandum d’intesa siglato da Washington e Teheran poco più di un mese fa non sembra insomma reggere. Era funzionale all’avvio di seri negoziati, propedeutico nelle intenzioni a un accordo onnicomprensivo ancora molto elusivo e strumentale alla riapertura del fondamentale collo di bottiglia di Hormuz, con il conseguente impatto sui prezzi (anche grazie al suo effetto, l’inflazione negli Stati Uniti è scesa dal 4.2% di maggio al 3.5% di giugno). Ma lasciava aperte questioni spinose sulle quali un qualche compromesso rimaneva improbabile. Tra queste vi sono ovviamente il futuro del programma nucleare iraniano, la prosecuzione dell’appoggio di Teheran a varie forze regionali, dallo Yemen alla Siria a Gaza, il tipo di garanzie securitarie che l’Iran potrà ottenere, i tempi e le modalità di scongelamento dei beni iraniani e di rimozione delle sanzioni.

Pesa però soprattutto, e primariamente, Hormuz. È su quello – il controllo e la gestione del passaggio nello Stretto – che si gioca la partita decisiva. Nei 60 giorni di pausa bellica che il memorandum avrebbe dovuto garantire, entrambe le parti hanno agito per consolidare la propria posizione. Gli Usa esercitando pressioni forti sull’Oman con l’obiettivo ultimo di creare una rotta meridionale per le navi in transito, allontanandole dalle coste iraniane; l’Iran ribadendo che è il passaggio settentrionale l’unico possibile e colpendo le imbarcazioni che dovessero violare tale principio.

Lo stretto di Hormuz - Foto Epa/Stringer © www.giornaledibrescia.it
Lo stretto di Hormuz - Foto Epa/Stringer © www.giornaledibrescia.it

È chiaro che su Hormuz si sta giocando una partita cruciale, che ci riguarda in fondo tutti, come tocchiamo con mano ogni qualvolta ci rechiamo alla pompa di benzina. L'incauta decisione israeliana e statunitense di aprire questo nuovo fronte di guerra ha finito per mettere nelle mani di Teheran una risorsa – il controllo dello Stretto, appunto – che ogni giorno di più rivela il suo straordinario potenziale. Una risorsa che ha permesso all’Iran di socializzare globalmente i costi del conflitto, bilanciando la sua chiara inferiorità militare e la sua evidente vulnerabilità ai raid israelo-statunitensi. E una risorsa alla quale ora non intende rinunciare e che deve essere eventualmente compensata con forti concessioni.

L’Iran ritiene evidentemente che il tempo giochi a suo favore. Ha finora dimostrato la capacità di assorbire i pesanti colpi che le sono stati inflitti. La guerra pare avere rafforzato il fronte più oltranzista del regime, accelerando la transizione di potere dalla prima alla seconda generazione post-rivoluzionaria; ed ha esposto il dilettantismo e l’improvvisazione di chi, a Washington come a Tel Aviv, vagheggiava cambiamenti di regime e tramava addirittura per portare al potere l’ex Presidente Ahmadinejad.

Soprattutto, sta contribuendo ad alimentare la sfiducia nei confronti di Trump all’interno degli Usa, con un’ampia maggioranza di americani oggi critici nei confronti del Presidente e della sua guerra, e tassi di fiducia dei consumatori crollati ai minimi storici, in particolare tra quegli americani che non posseggono titoli azionari e non beneficiano di una crescita, quella di Wall Street, che ha ormai assunto i tratti di una vera e propria bolla.

A Trump restano le parole – come sempre violente ed estreme – con cui prospetta devastazioni senza precedenti dell’Iran. E restano le armi, ancor oggi impareggiabili, di cui gli Usa dispongono. Armi e parole, però, che come la storia recente ci indica non bastano per piegare l’avversario e raggiungere gli obiettivi quando le guerre sono lanciate con grandi velleitarismo e superficialità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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