Opinioni

L’«azzeramento» dei soldati russi che logora la credibilità di Putin

La guerra in Ucraina è teatro anche di violenze inaudite nei due eserciti contrapposti con militari uccisi perché indisciplinati o scomodi
Giovanni Cadioli

Giovanni Cadioli

Editorialista

Un soldato russo in Ucraina - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Un soldato russo in Ucraina - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

La guerra in Ucraina dura ormai più della Prima guerra mondiale. Dopo oltre quattro anni di invasione su larga scala, il bilancio militare è spaventoso: la Russia ha avuto circa 1,4 milioni di perdite, con 400-450 mila morti; l’Ucraina 525-625 mila perdite, con 125-150 mila morti.

Ogni guerra, di qualsiasi tipo, produce violenza e brutalità in qualunque esercito. È la natura stessa della guerra: una rottura dell’ordine sociale e la legalizzazione del più terribile dei crimini del tempo di pace, l’omicidio. Anche così, però, c’è un tipo di brutalità endemica nell’esercito russo che colpisce per ferocia: quella rivolta contro i propri soldati.

Le inchieste indipendenti la chiamano «azzeramento»: l’eliminazione fisica di militari considerati inutili, indisciplinati o scomodi. In un database sui responsabili degli “azzeramenti” compaiono 101 militari russi accusati di avere partecipato all’eliminazione di commilitoni. Eppure solo pochissimi risultano perseguiti. E una fonte interna alla procura militare russa ha parlato di oltre 12 mila denunce, dal febbraio 2022, legate a uccisioni dentro le stesse file dell’esercito.

Il quadro che emerge è quello di una violenza organizzata e il metodo è quello di un esercito feudale. Soldati che rifiutano assalti suicidi, chiedono cure, contestano ordini o non pagano tangenti vengono rinchiusi in fosse o cantine, senza status legale né acqua o cibo. Sono picchiati, umiliati, estorti. Alcuni muoiono lì. Altri sono mandati all’assalto senza protezione o giustiziati. Poi risultano «dispersi», così le famiglie non ricevono compensazioni, previste solo per i caduti.

L’Ucraina non è immune. Dall’inizio della mobilitazione più dura sono emersi casi di reclute morte dopo il passaggio nei centri di arruolamento o durante l’addestramento, con denunce di percosse, pressioni indebite, cure mediche insufficienti e suicidi. Almeno trenta decessi sono stati collegati al periodo successivo alla chiamata alle armi: nella maggior parte dei casi per problemi medici, ma anche per suicidio o per violenze subite. Un caso recente è di particolare gravità. In un grande reggimento d’assalto, almeno 26 soldati sono morti per cause non legate al combattimento tra la fine del 2025 e la primavera del 2026. Si parla di pestaggi, condizioni disumane, intimidazioni durante l’addestramento e ritardi nelle cure.

Putin durante la parata del 9 maggio - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Putin durante la parata del 9 maggio - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

C’è però una differenza decisiva. In Ucraina i casi più eclatanti venuti allo scoperto hanno portato a indagini, verifiche interne, sospensioni di comandanti e promesse pubbliche di riforma. Le autorità non hanno sempre agito con rapidità o trasparenza, e molti abusi restano certamente sommersi. Ma quando emergono, non vengono trattati come una normale pratica di comando: restano violenze gravi dentro un esercito sotto enorme pressione, non un sistema per disciplinare o far sparire i soldati.

In Russia avviene l’opposto. Un certo Aleksandr Lunin, blogger e veterano, ha lanciato un appello diretto a Putin. Ha accusato i comandanti dell’esercito russo proprio di torturare e di uccidere soldati che rifiutano ordini suicidi o di pagare tangenti. Ha chiesto un incontro a Putin e addirittura avvertito che, senza un drastico cambiamento, «l’esercito rivolgerà le armi contro il Cremlino». La risposta è stata rivelatrice: prima il Cremlino ha definito l’appello «strano»; poi Lunin è stato arrestato con l’accusa di aver mostrato «simboli estremisti». Non è nemmeno chiaro di quali simboli si parli, ma in ogni caso una condanna per questa accusa porta a una detenzione di massimo due settimane: un ovvio avvertimento in pieno stile mafioso – taci o la prossima volta rischi anni, non settimane di galera.

Perché nella Russia di oggi, mentre le code ai distributori si allungano, la Crimea è sempre sotto pressione e l’approvazione di Putin cala, accuse come quelle di Lunin sono particolarmente pericolose. Perché sono particolarmente vere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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