A tutti noi capita la buca sulla strada che quotidianamente percorriamo, ritualmente si presentano gli operai del Comune che in poco tempo la ricoprono riattivando il manto stradale. La situazione rimane adeguata per qualche settimana e poi lentamente il passaggio quotidiano erode la toppa e la buca riappare nella sua pericolosità.
Il ritorno degli operai riporta di nuovo la situazione ad un apparente stabilità con una ripetizione da circolo vizioso che, prima o poi, ci fa capire quanto questo approccio sia inadeguato. Da qualche parte negli uffici comunali c’è chi è consapevole dell’inefficacia di questo modo di agire, però i piccoli interventi hanno un impatto limitato sul budget dell’ente e disturbano poco i cittadini, quindi in tutti gli enti comunali del nostro Paese si agisce così.
In una prospettiva meno di breve, in verità, i costi che l’ente territoriale accumula nel tempo finiscono con l’essere ingenti sebbene distribuiti in un periodo lungo. Anche cittadini prima o poi rischiano di dover fare i conti con una buca che, per distrazione o per un imprevisto temporale, non vedono immolandovi un semiasse o qualche pneumatico.
I nostri governi, praticamente tutti degli ultimi quarant’anni, agiscono nello stesso modo. Da qualche parte anche tra i nostri ministri c’è chi è consapevole dell’inefficacia di interventi tampone a sostegno di un’economia che continua a mostrare segni di difficoltà, partendo da quella buca (ormai una voragine) del debito pubblico. Gli espedienti che, di volta in volta, vengono trovati non sanano ed, anno dopo anno dopo anno tendono a creare i presupposti, perché si generi un circolo vizioso strutturalmente sempre più difficile da scardinare.
E' online il Documento di finanza pubblica 2026
— MEF (@MEF_GOV) April 23, 2026
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Non è semplice per chi governa ipotizzare interventi strutturali sia perché questo determinerebbe diverse allocazioni di risorse sia perché porterebbe a modifiche nella gestione fiscale, sia, infine, perché andrebbe a toccare sistemi di potere consolidati, tutti fronti che potrebbero facilmente portare a generare effetti negativi sull’elettorato con un immediato tracollo elettorale per i partiti «responsabili» del «danno» arrecato. Sono diverse le strade percorribili per affrontare strutturalmente i nodi che riducono le potenzialità di un sistema economico e sociale che, malgrado tutto, ha ancora capacità per esprimere flessibilità e mantiene importanti potenzialità di sviluppo. Ipotesi ideologicamente accettabili per agire sono presenti nelle diverse teorie a cui dicono di rifarsi i nostri governanti (tutti). Senza dover immaginare l’ennesimo intervento di un «Mario salvatore» azioni serie di tipo strutturale possono essere avviate con un po’ di coraggio e con una visione capace di essere strategica.
Senza entrare nel merito delle teorie è facile ricordare come un sistema che drena risorse come quello fiscale italiano lasciando, però, che un’evasione decisamente importante crei diseguaglianze e mini la reale competitività del nostro sistema produttivo, rappresenti una zavorra fondamentale per appesantire la nostra vita quotidiana. L’inefficienza, anche questa strutturalmente comprovata, delle nostre strutture pubbliche, la lentezza con cui svolgono (o tentano di svolgere) le proprie attività, rappresentano un altro elemento di drammatica negatività per l’intraprendere o per riportare ai cittadini quei servizi che il nostro modello economico e sociale dichiara di voler offrire. Il rapporto opaco che, a volte, la politica mantiene con quelle strutture produttive o finanziarie il cui operato dovrebbe inoculare energie del Paese è un altro tema che ben conosciamo i cui effetti facilmente siamo in grado di comprendere.
In una fase di velocissimo cambiamento tecnologico, la mancanza contemporanea sia di stimoli agli investimenti sul cambiamento e l’innovazione, sia di seri modelli formativi in grado di fornire competenze in grado di affrontare le rivoluzioni in atto, sono facilmente riscontrabili quando ci si interroga sul nuovo che avanza. L’assenza di norme che possano agevolare, se non addirittura spingere, processi aggregativi o collaborativi tra imprese i cui mercati vacillano ormai da tempo (anche per effetto di azioni di Stati che realizzano fenomenali processi dumping) sono un altro esempio di una miopia della nostra burocrazia che, peraltro, continua a generare norme destinate a incrementare lacci e lacciuoli.
Il coraggio di far emergere quanto siano strutturali i temi da affrontare potrebbe anche aiutare a definire una loro gerarchia offrendo così la possibilità di ridurre, diluendone nel tempo i disagi di breve periodo e gli effetti sui cittadini e sulle imprese. Il mito della governabilità, evocato dai tempi di Craxi, dovrebbe associarsi proprio a questa volontà strategica piuttosto che a evidenti manovre più vicine al tirare a campare che a governare un Paese come il nostro. Il vero cambiamento la politica potrebbe realizzarlo rompendo questo modello tamponatorio che da decenni viene reiterato senza soluzione di continuità.




