La riforma della legge elettorale, all'esame della Commissione Affari costituzionali della Camera, potrebbe seguire un percorso lento (sono in programma molte audizioni) ma tutto dipenderà da un doppio accordo politico: prima all'interno della maggioranza, poi fra maggioranza e opposizioni. Come abbiamo accennato in un precedente intervento, l'indicazione del capo della coalizione può avere due effetti molto rilevanti: affermare la leadership indiscussa (e preventiva, rispetto al voto) di una personalità; identificare in ciascun campo il candidato presidente del Consiglio (che avrebbe dunque un triplice ruolo di vertice nel suo partito, nel polo e al governo).
Ecco perché, dato anche il potenziale equilibrio dei rapporti di forza fra centrodestra e campo largo che i sondaggi fotografano in questa fase, cambiare le regole del gioco per assicurarsi una comoda maggioranza in Parlamento può interessare a molti: non solo alla Meloni, ma anche alla Schlein e a Conte. Con l'attuale legge elettorale potrebbe verificarsi una situazione di quasi pareggio fra i poli (oppure di vittoria divisa: alla Camera di uno, al Senato dell'altro). Certo, in una Repubblica parlamentare i governi si dovrebbero fare e disfare secondo le attuali regole e le consuetudini, non prefabbricando un/una premier e chiedendo agli italiani se vogliono prendere o lasciare.

A un anno dal rinnovo del Parlamento, rifare il meccanismo di trasformazione dei voti in seggi è qualcosa che può evitare un governo tecnico (anche se, teoricamente e in base alla Costituzione, tutto è sempre possibile) ma soprattutto può orientare la scelta del prossimo Capo dello Stato.
Se nel 2029, quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella, un polo avrà la maggioranza (con premio) in entrambe le Camere, il collegio dei Grandi elettori eleggerà un presidente espressione di quel quadro politico; se invece la riforma non avesse luogo e i risultati elettorali determinassero (pur se anche questo non è affatto certo) un panorama parlamentare non ben definito, l'inquilino del Quirinale sarebbe scelto (come del resto si dovrebbe fare anche nell'ipotesi precedente, se si volesse davvero una figura capace di rappresentare il Paese e garantire l'unità nazionale) da un consenso ampio e trasversale.
Quando c'era la proporzionale abbiamo avuto un presidente come Pertini, eletto quasi plebiscitariamente (tranne che dai missini, ovviamente, essendo stato un capo partigiano) ma che - come socialista - non godeva dei favori del segretario del Psi Craxi (quest'ultimo, però, fece buon viso a cattivo gioco, anche perchè il momento storico e il clima di unità nazionale non gli permettevano di perdere l'occasione di mandare un esponente del suo partito sul Colle).
Ci sono stati anche altri casi di maggioranze presidenziali ampie, come per Gronchi (1955) e il «Mattarella bis» (2022). Sta di fatto che, se le regole del gioco dovessero rimanere quelle vigenti, la scelta del prossimo Capo dello Stato sarebbe necessariamente partecipata e frutto di convergenze, mentre con la riforma i vincitori sarebbero tentati di prendersi anche il Colle, oltre a Palazzo Chigi. In un'epoca nella quale i capi dei partiti decidono tanto (le candidature blindate dei loro deputati e senatori) e i leader delle coalizioni hanno ancora più potere, forse bisognerebbe ricordarsi che la Costituzione non è stata scritta per avere uomini (o donne) soli al comando del Paese e delle istituzioni.




