Opinioni

Unioni Comuni, riforma a fuoco lento che piace davvero a pochi

Il progetto della Regione Lombardia solleva dubbi su costi, tempi di realizzazione e impatto ambientale. Per le acciaierie bresciane, rinnovabili, accumuli ed efficienza energetica sarebbero soluzioni più rapide ed economiche
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Palazzo Broletto, sede dell'Amministrazione provinciale
Palazzo Broletto, sede dell'Amministrazione provinciale

Ci riprovano. Il tentativo più recente, dopo altri smarriti nel tempo, sono le Comunità di pianura che la Regione Lombardia ha messo in cantiere fra luglio e l’inizio di ottobre. Un progetto che ci riguarda direttamente, visto che fra i modelli della legge vengono espressamente citati gli esempi dell’Area omogenea Cremasca e le esperienze della Provincia di Brescia. L’obiettivo è di introdurre nelle zone di pianura le pratiche di governance già sperimentate nelle Comunità montane. E puntare ad una gestione associata della pianificazione urbanistica, della protezione civile, dei lavori pubblici, della polizia urbana e della gestione del personale… Vasto programma. Ma siamo sicuri che i Comuni davvero vogliano associarsi?

Una decina di anni fa, quando la Legge Del Rio (quella che avrebbe dovuto cancellare le Province, istituì le Città metropolitane e riformò gli Enti locali) iniziava ad avere effetti operativi, lo Stato puntò sulla fusione fra i Comuni più piccoli. Si contava che i borghi minori unissero le forze per affrontare i gravosi compiti loro affidati. L’aria che tirava faceva ben sperare: fra il 2012 e il 2016, i Comuni italiani da 8.092 scesero a 7.894, quindi ben 198 Comuni in meno. Fra il 2014 e il 2018 le fusioni fra Comuni furono 79. Poi la tendenza si raffreddò: nel 2024 ce n’è stata una sola, nessuna nel 2025 e due quest’anno. Eppure lo Stato ha continuato a stanziare ed erogare fondi per favorirle: 172 milioni di euro nel 2024, a sostegno di 106 fusioni ipotizzate, ma mai avvenute. In dieci anni sono oltre 720 i milioni che lo Stato ha sborsato per le fusioni fra Comuni, cifra che sale a più del doppio se si aggiungono i sostegni profusi dalle Regioni e i conguagli ancora da fare.

Perché l’operazione non funziona più? Molte e complesse le ragioni, che potrebbero essere riassunte in tre punti.

Il primo. Nonostante il sostegno statale – anche le piccole fusioni sono venute a costare allo Stato in media 6.7 milioni di euro – e gli aiuti che le hanno accompagnate, non hanno portato ai risparmi inizialmente promessi. Unire due o più Comuni è un’operazione complessa, spesso comporta investimenti in strutture per scuole, trasporti, servizi, ma in previsione di economie di scala ed efficienza, che invece non si sono registrate. Un recente studio effettuato da Regional Studies ha riscontrato che nei Comuni «fusi» le spese correnti sono salite e i costi dei servizi non sono diminuiti.

Il secondo. I Comuni unendosi non hanno frenato la loro crisi. Soprattutto i paesi meno popolosi hanno continuato ad avere un decremento della popolazione. E infatti il numero dei Comuni con meno di mille abitanti è salito da 1936 a 2023.

Il terzo, e forse il più importante. Le popolazioni quasi sempre sono tenacemente contrarie alle unioni. Resta fermo un dato campanilistico radicato da secoli nella storia italiana, come dimostra il fatto che ancora oggi, dopo cent’anni, ci sono, anche nel Bresciano, borgate aggregate dalla riforma fascista del 1929 che rimpiangono e rivendicano la propria indipendenza.

L’Anci e l’Uncem, rispettivamente l’associazione nazionale dei Comuni e l’unione dei Comuni e delle Comunità montane, hanno un atteggiamento disincantato rispetto alla politica delle fusioni. Guardano, invece, con maggiore interesse alle intese fra aree omogenee, di secondo livello, per condividere gli sforzi, per darsi reciproco sostegno. Ma a patto che l’autonomia di ciascuno resti indiscussa. Non è un caso che dai consorzi creati nel tempo, anche nella nostra provincia, le singole amministrazioni comunali siano entrate ed uscite a piacimento. E che anche per le Comunità di pianura si prevedono accordi a tempo: dieci anni, giusto la durata dei due mandati del sindaco d’un Comune importante. Scelta volontaristica più che istituzionale?

La pianura bresciana sulla questione è un laboratorio in fermento. C’è un mosaico di aree vaste e ambiti territoriali. C’è l’associazione dei Comuni delle Terre Basse che aggrega 14 Comuni ed ha attenzioni che vanno dal patrimonio storico all’artigianato, dall’agricoltura al turismo, e qualche idea di servizio in comune. C’è l’ambizioso piano dell’Hub della conoscenza, che a fine settembre ha convocato a Leno rappresentanti di 44 Comuni. Vorrebbe essere, con la consulenza del Politecnico di Milano, regista della nascita del Consorzio dei Comuni della Pianura Bresciana. I sindaci ai convegni ci vanno, ma quando si tratta di stringere patti e creare nuovi enti vogliono vedere piani, progetti e finanziamenti. Chi paga e chi comanda.

Alla fine tutti si appellano alla politica nazionale, ad una riforma che tutti invocano ma pochi perseguono, e che per ora resta in ebollizione, a fuoco lento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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