Elly Schlein batte un record di durata alla segreteria del Pd, anche se il primato è relativo ai giorni consecutivi di permanenza in carica e non al totale complessivo, perché in tal caso sarebbe ancora primo Renzi, che ricoprì il ruolo in due momenti diversi (con l'intervallo del 2017 per dimissioni e reinvestitura). I primati – come quello che Giorgia Meloni sta per stabilire a Palazzo Chigi col suo governo, che diverrà a settembre il più longevo della storia repubblicana – sono poco più che curiosità statistiche, medagliette di vil metallo. In politica conta la sostanza della propria azione, non la durata della carica.
Solo pochi unirono queste due caratteristiche: De Gasperi a Palazzo Chigi (in sette governi, però), Craxi, La Malfa e Berlinguer come leader di partito (ai quali aggiungere Bossi e Berlusconi, per la Seconda Repubblica). La Schlein e Renzi rappresentano bene la storia degli ultimi tredici anni del Pd, caratterizzata dalla legge del pendolo: l’attuale segretaria ha spinto il partito verso i movimenti, le tematiche civili, ma soprattutto ha sposato quasi acriticamente la causa di un campo largo del quale – prima o poi, probabilmente – sarà Giuseppe Conte a tenere le redini.
Renzi, invece, è l’opposto: pro-mercato, moderato al punto da catturare – alle europee del 2014 – non pochi voti in libera uscita da Forza Italia. La Schlein è europeista ma in politica estera soffre la posizione sull’Ucraina del M5s; il Renzi segretario Pd, invece, elargì i famosi 80 euro ma si alienò il consenso della sinistra del partito. Si è passati, insomma, da un opposto all’altro, quando invece il Pd è nato per conciliare riformisti e progressisti, in nome di un’attenzione al lavoro e ai ceti meno abbienti che non si è troppo percepita né con Renzi, né con la Schlein, per motivi diversi.

Si celebra, tuttavia, un primato – quello della Schlein – che non può passare inosservato. Tuttavia, è il frutto della mancanza di vere prove elettorali (le europee fanno poco testo e le regionali non hanno visto uno sfondamento del campo largo, ma limitati progressi) e della tendenza (tipica anche della premier) di tirare a campare per non tirare le cuoia (come diceva Andreotti).
Renzi trascorse il suo primo periodo di segretario del Pd a capo del governo e di un partito nel quale le voci dissenzienti (come Bersani) erano emarginate e spinte di fatto ad andarsene, ma il suo eccesso di sicurezza lo spinse a prendersi un rischio: la riforma costituzionale con tanto di referendum popolare. La promessa di andarsene in caso di sconfitta fu uno dei propellenti di quella batosta nelle urne (la Meloni è stata più accorta sulla giustizia, ma ha dovuto un po’ esporsi anche lei e ha pagato dazio).
Dei due Pd – quello di Renzi ieri, quello della Schlein oggi – si nota la grande differenza rispetto all’impostazione data da Veltroni al momento della fondazione del partito: al posto del «ma anche», ora c’è «di qua o di là». Dalla volontà maggioritaria di includere e far convivere le anime più diverse (Veltroni) si è passati a oscillazioni fra il riformismo più centrista (Renzi) e una posizione troppo di sinistra per piacere ai moderati (Schlein): è come se da Tony Blair si fosse passati a Bernie Sanders.
Il Pd resta un’incompiuta, che neppure i record sono riusciti a rendere il grande partito del centrosinistra del quale il Paese avrebbe forse avuto bisogno. Il campo largo e la difficoltà estrema nel mettere insieme un programma e una leadership di coalizione capace di vincere le politiche del 2027 non lasciano presagire, per ora, nulla di buono. Qui la Schlein deve meritare il record: dimostrare di avere una cultura di governo e cambiare passo, aprendo il partito ai riformisti, invece di farli scappare.




