Opinioni

Oltre la «relazione speciale»: la nuova rotta inglese negli Usa

Da Washington al Vaticano: la regia discreta della diplomazia britannica, con Carlo III stesso in campo
Lucio Valent

Lucio Valent

Editorialista

Re Carlo III e Camilla con Donald e Melania Trump alla Casa Bianca per la cena in onore dei reali inglesi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Re Carlo III e Camilla con Donald e Melania Trump alla Casa Bianca per la cena in onore dei reali inglesi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

È notizia di queste ore l’ottima accoglienza riservata dal mondo politico statunitense alla coppia reale britannica. Se per comprendere i duraturi effetti del viaggio di Carlo III e Camilla serviranno mesi se non anni, qualche riflessione può però essere avanzata, provando a inserire l’evento entro il più ampio quadro della diplomazia britannica.

Il discorso di Carlo di fronte al Congresso americano ha avuto una accoglienza entusiasta: ben scritto, ampio negli argomenti trattati e, soprattutto, sottilmente diplomatico, il testo ha ricevuto ben 12 ovazioni generali, piacendo sia ai repubblicani che ai democratici. Il richiamo all’amicizia plurisecolare, forgiata da comuni radici, tra Regno Unito e Stati Uniti, dei quali quest’anno ricorrono i 250 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza, ha soddisfatto un uditorio che, mai come in questi tempi, ha bisogno di sentire che l’amicizia dei vecchi alleati verso gli Usa non è svanita, nonostante la politica estera del presidente, Donald Trump.

Eppure, leggendo tra le righe, nel suo discorso Carlo non ha mancato di evidenziare i contrasti con l’amministrazione di Washington, che vanno al di là dei disaccordi tra Trump e il Primo Ministro inglese, Keir Starmer. In primo luogo, il re ha difeso l’autonomia della magistratura e la necessità di una giustizia imparziale, distanziandosi da Trump che ha più volte attaccato i giudici federali che pronunciano sentenze contro di lui e le sue politiche volte a rimodellare la società e il governo americani. Poi, Carlo ha notato come società nate dall’incontro di culture ed etnie diverse siano più forti, rigettando così l’idea trumpiana che il fenomeno migratorio indebolisce i popoli.

Il monarca britannico ha, quindi, sostenuto che Stati e governi dovrebbero proteggere la natura in pericolo, smentendo Trump che da anni rifiuta di accettare le prove del cambiamento climatico in atto. Infine, Carlo ha sostenuto con fermezza che Gran Bretagna e Stati Uniti debbano difendere l’Ucraina, sollecitando i secondi a rafforzare e non a separarsi dalla Nato e a ignorare gli appelli a diventare sempre più ripiegati su se stessi, contestando la politica adottata da Washington che ha ridotto il sostegno alla difesa di Kiev contro la Russia e ha minacciato di abbandonare l’Alleanza atlantica al suo destino.

È probabile che il discorso del re britannico possa garantire buoni effetti sul medio-lungo periodo, più che sul breve: fino a quando Trump resterà alla Casa Bianca la volatilità della politica americana resterà elevata, complicando a qualsiasi politico e diplomatico occidentale le relazioni con lui, tanto che, circa due mesi fa, l’ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Christian Turner, aveva riconosciuto che l’idea di una special relationship tra Londra e Washington è superata, nostalgica, guarda al passato ed è gravata di tanti fardelli, sottolineando come il paese che ha una relazione speciale con gli Stati Uniti, oggi, è Israele.

Non è un caso, perciò, che mentre Carlo III è impegnato nel suo viaggio negli Usa, pochi giorni fa l’Arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally, abbia compiuto una visita altrettanto cruciale, seppure in forma privata, a Roma, per incontrare Papa Leone XIV. Mullally ha elogiato il Pontefice per la forza con cui ha condannato le numerose ingiustizie nel mondo: chiaro riferimento alla franchezza mostrata da Leone nelle sue critiche alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che, sappiamo, ha spinto Trump ad attaccare il Pontefice, definito debole sul fronte criminale e pessimo in politica estera.

Se ricordiamo che nell’ottobre scorso Carlo aveva compiuto un passo storico, pregando pubblicamente, primo monarca britannico regnante, con un papa dai tempi di Enrico VIII; e se riflettiamo sul fatto che il monarca britannico è capo della Chiesa anglicana e che nulla viene fatto dall’Arcivescovo di Canterbury senza un previo accordo tra Casa reale, governo e diplomazia britannici, non è improprio pensare che tra i due viaggi vi sia una correlazione. E che l’anello di congiunzione delle due missioni stia nel tentativo di Londra di continuare il riavvicinamento al continente europeo, per gradi e per vie diverse, tentando di non perdere i rapporti storici con gli Usa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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