Leone, l’autorevolezza papale contro i deliri di Trump

Il modo di comunicare del Pontefice in questo periodo è quanto mai importante: la sua autorevolezza morale deve essere presente e avvertibile
Papa Leone in aereo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone in aereo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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C’è sempre una prima volta, nel bene come nel male. Quella, importante, del primo Pontefice agostiniano e statunitense. E quella, inusitata, della polemica violenta e offensiva scatenata contro di lui dal presidente americano Trump, un evento mai accaduto in precedenza. Squallidi insulti, accompagnati dal rifiuto di scusarsi, che ha ribadito ai giornalisti mentre ritirava lui stesso due sacchetti di hamburger e patatine fritte davanti allo Studio ovale (e le forme sono importanti, ben più delle fries…).

La seconda Amministrazione Trump si sta rivelando un fattore di destabilizzazione dell’ordinamento politico globale (già molto in sofferenza), una fucina di indebolimento e violazione dei principi fondamentali della democrazia liberalrappresentativa, e un attore direttamente promotore o impegnato sui fronti di guerra. Contravvenendo, così, anche alle promesse della campagna elettorale, quando la vasta galassia Maga si mobilitò massicciamente a favore di Trump sulla scorta della piattaforma «neoisolazionista» dell’America First e degli annunci di starsene alla larga dai teatri bellici.

E, invece, in accoppiata con l’«amico» Netanyahu, Trump sta facendo attivamente la guerra, e la recente sconfitta dell’altro «amico» Orbán peggiora ulteriormente lo stato delle cose. Siamo infatti in presenza di una figura, originariamente impolitica, che concepisce la politica in una logica meramente di potere e secondo uno schema binario «amico/nemico», al punto che chi non si schiera in tutto e per tutto a favore viene rapidamente assimilato alla seconda categoria, come è capitato nelle scorse ore alla stessa Giorgia Meloni, sulla quale il padrone della Casa Bianca ha affermato che «Non è più la stessa persona, su di lei mi sbagliavo», soltanto perché – peraltro, con un certo ritardo – si è permessa di condannare le offese contro il Pontefice.

Basta poco, per venire inseriti nella black list trumpista, precisamente quello che è avvenuto a Robert Francis Prevost, riguardo alla cui elezione al soglio pontificio l’egolatrico presidente Usa ha sostenuto di avere giocato un ruolo decisivo. Quella trumpiana è «egopolitica» allo stato puro che, nel manicheismo autoincensatorio (e con la sindrome del «fortino assediato») che lo contraddistingue, contrappone il fratello Louis, di orientamento Maga, al Vescovo di Roma. Un errore strategico, oltre che una condotta inaccettabile, perché papa Leone viene considerato dagli stessi cattolici tradizionalisti statunitensi che avevano votato per Trump come un moderato e un pragmatico (e non un liberal), con posizioni differenti da quelle di papa Francesco.

Ma, al di là delle concezioni politiche di una parte dell’elettorato a stelle strisce, e ritornando al cuore della questione, questo attacco inaudito contro il Pontefice segnala, accanto alla mancanza di qualunque grammatica istituzionale e decenza minimale, il crescente nervosismo di Trump. E, in questo caso, il «porgere l’altra guancia» o non rispondere – seppure con parole elevate – da parte di papa Prevost non costituirebbe un’opzione adeguata.

Il presidente Usa schiaccia chi considera debole, e dunque un’opzione valoriale intrisa di spiritualità e umanesimo, antitetica nei fatti al confessionalismo neoprotestante, alla ferocia guerrafondaia, e alla visione del capitalismo rapace ed estrattivo che identifica il modo di pensare trumpista è «obbligata» a tenere il campo del discorso pubblico. Il boss della Casa Bianca minaccia e urla improperi, postando sui social, per l’ennesima volta, l’immagine blasfema di se stesso nei panni di Cristo.

Un'immagine generata con AI e pubblicata su Truth da Trump e, sulla destra, papa Leone XIV
Un'immagine generata con AI e pubblicata su Truth da Trump e, sulla destra, papa Leone XIV

Papa Leone richiama l’esigenza della diplomazia e parla di un ordine internazionale violato nel quale si devono far tacere le armi e le nazioni non possono imporsi con la violenza. E il 4 luglio di quest’anno si recherà a Lampedusa: più chiaro di così… In questa fase storica spaventosa, l’autorevolezza morale del successore di Pietro deve, appunto, essere presente e avvertibile. E deve essere spesa con nettezza e decisione, anche sotto il profilo comunicativo.

Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, Università di Modena e Reggio Emilia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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