La Camera approva definitivamente la legge elettorale dimostrando una notevole compattezza della maggioranza. La Meloni ottiene la riforma che voleva e può ora autonomamente decidere quando provocare l’evento che porterà alle prossime elezioni: poiché lo scioglimento delle Camere è prerogativa del Capo dello Stato, ma in mancanza di maggioranze la fine della legislatura non si può evitare, la decisione vera è nelle mani della premier. Può scegliere se andare al voto subito dopo l’approvazione della legge di bilancio, con scioglimento a gennaio e voto a marzo, per evitare l’election day con le comunali oppure, può unire le due consultazioni e farci votare in primavera.
Infine, può dare ascolto a Forza Italia e alla Lega (che sanno di tornare nel prossimo Parlamento con meno seggi di ora, persino se il centrodestra vincesse il premio di maggioranza) che puntano sul voto a ottobre-novembre 2027 per cercare di far decantare e depotenziare Vannacci (il partito del generale sembra attestato sull’8% da qualche tempo, dopo una vorticosa ascesa ora arrestata o almeno molto ridotta).
Insomma, la prima vittoria della Meloni grazie al voto di ieri è sulla possibilità di andare ad elezioni parlamentari nel momento a lei più congeniale, come fanno spagnoli e inglesi, per esempio. La seconda sta nell’aver inserito nella nuova legge la previsione di un candidato a Palazzo Chigi che ciascuna coalizione o soggetto politico presentatosi singolarmente dovrà indicare: così facendo, ha seminato il caos nel campo largo, che ora dovrà fare le primarie, visto che un accordo su un terzo nome fra Conte e Schlein appare impossibile.
Primarie che rischiano di spaccare la coalizione o almeno di far defezionare alle elezioni i simpatizzanti dei partiti che non esprimeranno il candidato premier (più astensione dei pentastellati se vince Schlein, deflusso verso i centristi di elettori riformisti del Pd se vince Conte) dando agli italiani un’impressione di litigiosità e di sciatteria che la Meloni potrà facilmente contrapporre alla sua maggioranza che l’ha fatta governare per quattro anni di seguito (nonostante la Lega abbia sull’Ucraina la stessa posizione di Conte: ma Salvini sa che deve rispettare le gerarchie interne al suo polo mentre il capo pentastellato punta a sovvertirle).
Però, due punti a favore si compensano con due grossi punti interrogativi che potrebbero rovesciare la situazione. Il primo sono i sondaggi: oggi il centrodestra non appare in grado di ottenere il 42% dei voti, mentre (almeno teoricamente, al netto delle defezioni di cui sopra) il «campo largo» può farcela, anche se di misura. Fare una legge elettorale per perdere è una costante della storia italiana, però c’è un fatto da ricordare: la Meloni preferisce stare in minoranza ed essere la leader del partito di gran lunga più forte dell’opposizione (con buona pace di Vannacci, che in Parlamento avrà una rappresentanza meno folta di quella del partito dell’attuale premier) e sa come si combatte da quelle posizioni (ha vinto nel 2022 perchè era stata fuori dal governo Conte uno – dove c’era la Lega – e dal governo Draghi – dove c’erano FI e Lega).
Con l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e - di nuovo - il proprio parlamentare. Il centrodestra reintroduce il voto di preferenza, che mancava da oltre trent’anni, restituendo ai cittadini il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta. Allo stesso tempo introduciamo regole pensate per favorire la stabilità e la coerenza parlamentare di qualunque governo, indipendentemente dal suo colore politico. Perché chi vince le elezioni deve poter governare, e chi viene eletto deve rispondere agli elettori che lo hanno scelto. Introduciamo anche il voto fuori sede per studenti, lavoratori e caregiver familiari, nei casi previsti dalla legge: una risposta concreta a una richiesta avanzata da tanti cittadini, soprattutto giovani, che vivono lontano dal proprio Comune di residenza. Governi stabili e maggiore partecipazione significano più continuità, più responsabilità e più capacità di dare risposte concrete agli italiani. E a chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini. Avanti così.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) October 8, 2026
Un pareggio costringerebbe il Presidente della Repubblica a sciogliere le Camere appena insediate (mai successo) oppure a chiamare alla responsabilità i partiti maggiori (Pd, FdI) e i centristi (sicuramente M5s, Avs, Lega e FN resterebbero fuori da un governo tecnico o di solidarietà nazionale): sarebbe una disgrazia per la Meloni, attaccata tutti i giorni da destra e passibile di perdere parte della sua cospicua dote elettorale.
C’è un altro punto interrogativo, infine: la Corte costituzionale. Sebbene il centrodestra abbia posto abbastanza attenzione nel cercare di adeguarsi alla giurisprudenza costituzionale in materia elettorale, non si sono potuti evitare alcuni inserimenti che potrebbero finire sotto la scure della Consulta.
Il premio di maggioranza, che è al limite dell’eccessivo (sul filo, diciamo); le liste bloccate che riguardano tutti i posti del premio di maggioranza e il capolista delle liste circoscrizionali di partito; il fatto che il Senato, secondo la Costituzione, è eletto su base regionale (il Porcellum di Calderoli si vide cancellare da Ciampi il premio nazionale per Palazzo Madama e ripiegò sui premi regionali, che però – stante la conformazione politica del Paese – darebbero un pareggio fra i poli, come accadde di fatto nel 2006) ed è discutibile pensare che in Emilia-Romagna (nel caso di vittoria del centrodestra) si possa arrivare ad avere più eletti «meloniani» che di sinistra, così come accadrebbe se – in caso di affermazione del «campo largo» – in Lombardia e Veneto ci fossero più senatori di centrosinistra che di centrodestra (è un caso limite, ma potrebbe accadere).
Se la Consulta ritagliasse la legge, l’esito desiderato dai promotori potrebbe vanificarsi (compresa l’indicazione del candidato premier sulla scheda) ma se la martoriasse sarebbe un disastro per la Meloni. La nuova legge forse non ci porterà nella Terza Repubblica, come ha detto Donzelli, ma ci fa incamminare su un sentiero inesplorato.




