Opinioni

L’Occidente sotto processo permanente

Si lamenta la nullità politica dell’Ue, ma dovremmo lamentarci anche della nullità dell’Occidente che consuma una sorta di flagellazione della sua identità
Roberto Chiarini

Roberto Chiarini

Editorialista

Donald Trump - Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Ansa © www.giornaledibrescia.it

È in atto, ormai da due settimane in Iran, una vasta mobilitazione contro il governo che si è presto diffusa in tutto il Paese, coinvolgendo commercianti del bazar, studenti dell’università, centri urbani, provincia. Trump ha minacciato d’intervenire nel caso il governo decidesse di sparare sui manifestanti. Khomeyni non ha perso tempo. In quindici giorni ha già giustiziato decine di persone. Sono più di sessanta i manifestanti uccisi e migliaia gli arrestati. Ci sono tutte le condizioni perché il tycoon dia corso alle sue minacce. Forse sarebbe la spallata decisiva per far crollare il regime oppressivo degli ayatollah, ma compirebbe una lesione della sovranità di uno Stato e quindi un’illegalità internazionale.

Scontato, nel caso, che si levino grida di scandalo contro la logica imperiale di Trump. Registreremmo insomma, una replica del già visto. Silenzio accondiscendente di fronte alle barbarie di uno Stato canaglia (dittatoriale, oppressivo, finanziatore del terrorismo, per usare degli eufemismi), una forte protesta di fronte a una grande potenza che usa la forza, in spregio alla legalità internazionale.

È un copione che si ripete da lungo tempo. Ultimo in ordine di tempo, il caso del Venezuela. Per un ventennio nel Paese latino-americano si è consumato ogni sopruso (persecuzione degli oppositori, omicidi politici, corruzione, riduzione alla fame della popolazione) al punto che ben otto milioni dei suoi abitanti sono stati costretti ad espatriare, mentre l’opinione pubblica dell’Occidente democratico non si degnava di organizzare nemmeno un sit-in davanti alle ambasciate venezuelane. Nessuna commozione per una popolazione ridotta alla fame (si calcola che il 90% dei venezuelani sia sotto la soglia della povertà) dopo essere stata privata della libertà.

Si è registrato esattamente il contrario di quel che è avvenuto nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina. Anche qui una grande potenza viola la legalità internazionale, attuando addirittura un’invasione militare. Putin, sappiamo, non è nuovo a queste aggressioni. È intervenuto in Siria, Cecenia, Georgia, Crimea. Nel suo caso, però, solo blande proteste quando non un atteggiamento comprensivo di chi si è macchiato di autentica barbarie contro la popolazione civile: bombe su donne, giovani, vecchi, distruzione sistematica delle infrastrutture: rete ferroviaria, centrali energetiche, ospedali. Nessuna mobilitazione delle piazze. Niente di paragonabile alle proteste di massa scattate a sostegno dei palestinesi massacrati da Netanyahu. Nessuna pietà nemmeno per i 20.000 bambini rapiti dallo zar.

Il copione, si diceva, è sempre lo stesso: puntuale condanna degli Stati Uniti, tolleranza quando non addirittura solidarietà con i regimi autoritari. Scatta sempre un antiamericanismo che è poi una delle declinazioni dell’antioccidentalismo che sta celebrando i suoi fasti sia negli Usa che in Europa. Si lamenta la nullità politica dell’Ue, ma dovremmo lamentarci anche della nullità dell’Occidente che consuma una sorta di flagellazione della sua identità.

Trionfa la cancel culture. L’assunto, a dir poco opinabile, è che tutti i mali del presente (razzismo, colonialismo, imperialismo, militarismo) siano figli di una cultura della violenza che avrebbe connotato sin dalle origini la civiltà politica dell’Occidente. Colombo, Jefferson, Churchill, solo per fare qualche nome eccellente, non sarebbero figure storiche di cui essere orgogliosi, ma dei razzisti imperdonabili. Si finisce così per mandare in macerie una storia che ha prodotto, pur con tutte le sue contraddizioni, per non parlare degli orrori e delle nefandezze di cui si è macchiata, il meglio della civiltà moderna: la democrazia, una società aperta e un benessere diffuso. Forse è troppo dire il meglio. Accontentiamoci di dire il meno peggio di quel che circola nel mercato politico mondiale.

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