Trump va preso sul serio per la Groenlandia

Torna a parlare di Groenlandia, Donald Trump. E ribadisce che gli Usa hanno bisogno di assumerne il controllo diretto per ragioni di «sicurezza nazionale». In «un modo o nell’altro la prenderemo», aveva promesso il Presidente il febbraio scorso in occasione del suo primo discorso annuale al Congresso. Una linea poi confermata da numerosi dichiarazioni e atti, ultimo in ordine di tempo la nomina del governatore in carica della Louisiana, Jeff Landry, come suo inviato speciale per la Groenlandia («dobbiamo averla», ha affermato nell’occasione Trump, e Landry «guiderà l’assalto»).
Va davvero preso sul serio, il Presidente statunitense? La risposta è ahimè sì. Perché le parole della figura politica più influente al mondo devono sempre essere prese sul serio. E perché in questo suo secondo mandato, Trump ha dimostrato di volere, e talora sapere, mettere pienamente in asse parole (anche le più radicali ed estreme) e azione politica. Le ragioni di questo interesse verso la Groenlandia, già espresso in passato da altri presidenti americani (ultimi in ordine di tempo Franklin Delano Roosevelt e Truman), sono semplici e, come spesso con Trump, non dissimulate.
Vieppiù navigabile in conseguenza del cambiamento climatico, l’Artico è un nuovo teatro della competizione di potenza con la Cina (e, in subordine, la Russia). Geograficamente più vicina al Nord America che all’Europa, la Groenlandia ricade dentro quella idea di America allargata – di una vasta sfera d’influenza statunitense – che Trump fa propria, come vediamo anche rispetto all’America Latina. È potenzialmente ricca di materie prime, inclusi fondamentali minerali critici. Poco popolata e dal clima estremo, è sostanzialmente indifesa e, sulla carta, facile preda.
È anche un territorio che, pur con il suo particolare status e la sua vasta autonomia (non estesa però alla politica estera e di sicurezza), fa parte della Danimarca, alleato NATO e membro dell’Unione Europea, a cui la Groenlandia è associata come territorio speciale. Il governo autonomo groenlandese ha già dichiarato di non essere interessato a fare parte degli Stati Uniti; quello di Copenaghen, dopo aver cercato a lungo la mediazione e il basso profilo, ha assunto una linea vieppiù ferma, oggi sostenuta anche da molti altri partner europei.
Come è possibile che un Presidente degli Stati Uniti minacci in tal modo un suo alleato? Che pensi, nel 2025, di procedere ad annetterne unilateralmente una parte? La risposta, di nuovo, è semplice e rimanda al combinato di imperialismo, eurofobia e «transazionalità» che definisce l’approccio trumpiano alle relazioni internazionali. Nel quale l’interazione diplomatica è puramente funzionale a una transazione, a uno scambio, che non può che essere favorevole all’attore più forte, gli Stati Uniti; e dove non esistono valori, principi, alleati naturali (se non quelli definiti su base razziale), ma solo interessi e baratti.
Il tutto entro una politica estera che usa categorie imperiali in senso analitico, per leggere le relazioni internazionali, e prescrittivo, come indicazione su come operare, identificando nell’espansione territoriale un obiettivo legittimo e finanche necessario. Politica estera, questa, per la quale l’Europa è al meglio un attore subalterno e dipendente, facilmente piegabile ai propri voleri e interessi; e al peggio un nemico velleitario e inconsistente, vulnerabile agli impareggiabili strumenti coercitivi, economici o militari, di cui gli Usa dispongono.
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— Katie Miller (@KatieMiller) January 3, 2026
La Groenlandia, assieme a Cuba, è quindi l’altro teatro sul quale potrebbe dispiegarsi tra poco l’imperialismo trumpiano. Se ciò avvenisse, assisteremmo probabilmente alla morte della Nato. Una prospettiva sostenibile, se l’esito fosse quello di un rilancio dell’integrazione europea e uno sforzo serio e accelerato per maturare autonomia strategica e tecnologica. Visto come questa Europa, debole e divisa, ha finora risposto al ciclone trumpiano è però molto più probabile che il risultato sia un altro, con una parte di paesi europei pronti ad assecondare anche questa nuova, radicale rottura di Trump – magari giustificandola in nome della difesa dell’Occidente – e un’altra troppo fragile e in difficoltà per opporre una significativa resistenza. Se così fosse, alla fine della Nato corrisponderebbe anche quella del progetto europeo, come peraltro Trump e la Destra statunitense esplicitamente auspicano.
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