Iran tra venti di rivoluzione e minaccia di restaurazione

Le rivolte, inizialmente scoppiate per motivazioni economiche, si sono rapidamente trasformate in mobilitazione politica anti-regime
Le rivolte in Iran - Foto Epa/ Abedin Taherkenareh
Le rivolte in Iran - Foto Epa/ Abedin Taherkenareh
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Il confine tra rivolta e rivoluzione è sottile, ma le sue conseguenze sono divergenti. Una volta oltrepassato, il processo politico si spoglia di ogni ambiguità, forzando la Storia verso due soli sbocchi possibili: la restaurazione violenta attraverso la repressione o la rottura definitiva che apre le porte a un nuovo potere.

Nel 1978 gli iraniani scesi nelle piazze contro il regime monarchico si accorsero di partecipare a qualcosa di più di una rivolta quando lo Shah, rivolgendosi a loro, pronunciò una parola che sino ad allora era stata un tabù: «Ho udito la voce della vostra rivoluzione», disse.

Solo allora i manifestanti presero coscienza di aver intrapreso un cammino che avrebbe portato a un cambiamento radicale del loro Paese, a una rivoluzione, appunto. Le recenti rivolte che si stanno moltiplicando in Iran sono il frutto di dinamiche di lungo periodo, caratteristica, questa, di ogni rivoluzione.

Inizialmente scoppiate per motivazioni economiche – il crollo del Rial che ha superato nel mercato parallelo la soglia psicologica di 1,4 milioni per dollaro, un’economia iper-inflattiva e quindi costi della vita insostenibili – si sono rapidamente trasformate in mobilitazione politica anti-regime, attecchendo in quasi tutte le 31 province del Paese e con un coinvolgimento trasversale: dai giovani, elemento propulsivo della società iraniana, ai commercianti, alle classi operaie, così come parte della popolazione rurale, tradizionalmente fedele al regime, ma colpita dalla disastrosa crisi idrica causata alla mala gestione dell’Amministrazione pubblica.

Ciò ha indotto il governo a colpire la principale infrastruttura della protesta: Internet, utilizzata per mobilitare, coordinare in tempo reale, documentare la repressione e aggirare la censura, proiettando il conflitto nello spazio pubblico internazionale. In un contesto incerto e fluido, ogni previsione lineare appare azzardata e la serietà dell’analisi obbliga a ragionare per scenari, che sono, in fondo, diverse declinazioni dei due esiti richiamati in apertura.

Il primo scenario è quello della stabilizzazione repressiva: il regime mantiene il controllo combinando coercizione selettiva e misure economiche tampone, a tratti populiste, sebbene strutturalmente inefficaci, evitando concessioni politiche sostanziali.

È la strategia già sperimentata nel passato, che mira a isolare i nuclei più radicali della protesta, frammentare il fronte sociale, affidare ai Pasdaran il compito di garantire l’ordine e recuperare la base meno abbiente quale puntello alla Repubblica Islamica. Un modello che consente la sopravvivenza del sistema ma ne accentua la dipendenza dall’apparato securitario e non risolve le cause profonde della crisi, rinviandole solamente.

Da qui può derivare un secondo scenario, degenerazione del primo: una crisi cronica a bassa intensità, nel quale le proteste non scompaiono, ma diventano intermittenti, come già accaduto più volte negli ultimi decenni. Il sistema si autopreserva, ma perde capacità di governo, alimentando la fuga di capitali, paralisi degli investimenti, informalizzazione dell’economia e ulteriore rafforzamento degli attori parastatali legati al complesso militare.

Il terzo scenario, meno immediato ma strategicamente decisivo, riguarda la successione della Guida Suprema. Ali Khamenei è l’ultimo elemento di equilibrio tra clero, apparato militare e istituzioni repubblicane. La sua uscita di scena, gestita, pilotata o forzata, aprirebbe una fase di leadership più debole, in cui il ruolo dei Pasdaran diverrebbe ancor più determinante.

Non si tratterebbe di una «abdicazione» in senso classico, ma una transizione controllata, con una pretorianizzazione silenziosa: più controllo reale, meno politica, e repressione come strumento primario di governo. Un ultimo scenario contempla il crollo del regime, un evento epocale che diverrebbe realistico solo se si combinassero spaccature nelle élite, defezioni o perdita di controllo degli apparati di sicurezza e una minima capacità dell’opposizione di coordinare la transizione.

In questo contesto si colloca Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che dall’esilio ha moltiplicato gli appelli a sostegno dei manifestanti e ha cercato di proporsi come punto di riferimento, in un’opposizione descritta come frammentata e in larga parte senza leader.

Quanto alla forma dello Stato l’ipotesi di una restaurazione monarchica resta controversa; più credibile, se si aprisse una finestra di transizione, sarebbe una forma repubblicana realmente democratica, il cui esito dovrebbe essere legittimato da un processo costituente o da un referendum.

Finché la restaurazione resta praticabile, la parola «rivoluzione» rischia di essere usata come arma retorica. Se dovesse aprirsi una rottura davvero irreversibile, la sua natura apparirà con chiarezza solo quando un nuovo ordine avrà già iniziato a consolidarsi. In fondo la rivoluzione si vede solo col senno di poi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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