Opinioni

L’intesa con gli Stati Uniti ridisegnerà il potere in Iran

Da decenni si cerca di capire la distribuzione reale del potere a Teheran, oltre la rappresentazione che vedeva nella Guida Suprema il centro quasi assoluto dell’autorità politica
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Le bandiere di Iran e Stati Uniti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le bandiere di Iran e Stati Uniti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’arrivo del presidente egiziano Anwar al-Sadat a Gerusalemme il 19 novembre 1977 rappresentò uno shock per il mondo arabo. Il leader del paese arabo più popoloso si accingeva a parlare alla Knesset, rompendo decenni di ostilità e sancendo di fatto la fine del panarabismo come fattore strategico dominante, a favore di un nazionalismo pragmatico. Il vero significato di quel viaggio riguardava però anzitutto il Cairo, non Tel Aviv. Sadat comunicava che i rapporti di forza all’interno dell’Egitto erano cambiati e che una nuova visione strategica aveva prevalso sulle vecchie ortodossie.

Quasi mezzo secolo dopo, un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran, annunciato più volte da Trump, potrebbe produrre un effetto analogo: prima ancora di dirci qualcosa sul futuro del Medio Oriente, rivelerebbe la natura del potere nella Repubblica Islamica.

Da decenni si cerca di capire la distribuzione reale del potere a Teheran, oltre la rappresentazione che vedeva nella Guida Suprema il centro quasi assoluto dell’autorità politica. Negli ultimi anni di Ali Khamenei, però, il processo decisionale era diventato più collegiale, opaco e securitario, frutto dell’interazione tra Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il Clero con tutte le sue diverse correnti interne – dai principalisti, i sostenitori della linea dura, ai conservatori tradizionalisti, sino ai riformisti – le fondazioni economiche, il Parlamento e, soprattutto, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran.

Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nati nel 1979 per volontà di Khomeini come forza parallela all’esercito regolare, sono diventati un attore politico, economico e strategico centrale. Il recente conflitto ha rafforzato questa dinamica. Paradossalmente, l’eliminazione di Ali Khamenei da parte di Israele e su impulso statunitense ha rimosso l’unico attore che, per autorità storica, legittimità rivoluzionaria e posizione costituzionale, poteva ancora contenerne lo strapotere.

Khamenei conservava una funzione arbitrale tra clero politico, istituzioni statali, apparati militari e centri economici. La sua scomparsa ha prodotto un effetto opposto a quello probabilmente auspicato: invece di disarticolare il sistema, ha favorito la concentrazione del potere in un nucleo più duro. In questo nuovo equilibrio i Guardiani della Rivoluzione non si limitano più a eseguire decisioni prese altrove, ma partecipano direttamente alla loro formulazione.

L’Iran di oggi non appare quindi soltanto come una teocrazia sopravvissuta alla guerra, ma come un sistema il cui baricentro si è spostato verso una dimensione sempre più securitaria e militare. Il clero resta un attore indispensabile, ma più come fonte di legittimazione che come centro del comando, continuando a fornire al regime il suo linguaggio politico e religioso, a giustificarne le scelte e a legarle all’eredità rivoluzionaria.

È qui che un eventuale accordo con Washington diverrebbe decisivo. Non solo per il contenuto, ma per il modo in cui verrebbe narrato a Teheran. Se fosse presentato come una vittoria della Guida e delle istituzioni ufficiali, con i Pasdaran in secondo piano, significherebbe che l’apparato militare ha accettato il compromesso lasciando alla leadership politica e religiosa il compito di giustificarlo. Se invece fossero i Guardiani a fissarne le condizioni, a rivendicarne il merito o a minacciarne i limiti, significherebbe che il loro ruolo si è esteso dalla sicurezza alla diplomazia.

E se l’accordo arrivasse tra smentite, ambiguità e tensioni interne, rivelerebbe un sistema meno compatto di quanto appaia: non una dittatura militare lineare, ma un blocco autoritario attraversato da interessi diversi e rapporti di forza instabili. Per questo sarà decisivo osservare chi siederà al tavolo delle trattative. La parte iraniana potrebbe essere rappresentata da Mohammad Bagher Ghalibaf, ex comandante dei Pasdaran e presidente del Parlamento, e da Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri e già negoziatore del dossier nucleare del 2015. La loro presenza direbbe molto: Ghalibaf incarnerebbe il peso ormai strutturale dell’apparato securitario, Araghchi la necessità di affidare il negoziato a una professionalità diplomatica capace di dialogare con l’Occidente.

Come il viaggio di Sadat in Israele rivelò che i rapporti di forza al Cairo erano cambiati, così un eventuale accordo con Washington potrebbe mostrare che anche a Teheran una nuova visione strategica ha prevalso sulle vecchie ortodossie. Non sarebbe la fine della Repubblica Islamica, né la sua conversione alla moderazione, ma il segno di una trasformazione più profonda: il clero conserva la legittimità, mentre il potere operativo si concentra negli apparati di sicurezza e nei Guardiani della Rivoluzione.

L’Iran apparirebbe dunque come una Repubblica post-clericale, ma non post-rivoluzionaria, meno governata dagli ayatollah, più dominata dai Pasdaran; ancora fedele al 1979, ma sempre più prigioniera della logica della sicurezza.

Michele Brunelli – Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea, UniBg

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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