Opinioni

L’Iran, il sogno transizione e le strategie a lungo termine

Se l’obiettivo è davvero quello di favorire una transizione del Paese verso forme di governo più aperte e pluraliste, la logica dell’azione deve cambiare
Omar Bellicini
Iraniani davanti a un enorme cartellone pubblicitario raffigurante l'Ayatollah Ruhollah Khomeini l'Ayatollah Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Iraniani davanti a un enorme cartellone pubblicitario raffigurante l'Ayatollah Ruhollah Khomeini l'Ayatollah Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Lo «short-termism» – in italiano «orientamento al breve termine» – è quella tendenza, particolarmente accentuata nelle democrazie contemporanee, a privilegiare gli esiti immediati rispetto ai traguardi di lungo periodo. In campo governativo, l’inclinazione si esprime nella rinuncia a programmare effetti che maturino oltre l’orizzonte elettorale. Talvolta, oltre il ciclo mediatico.

Il fenomeno riguarda in misura crescente anche la politica estera. Dall’Afghanistan alla Libia, passando per la seconda Guerra del Golfo (Iraq, 2003), gli ultimi tre decenni hanno evidenziato quanto frequentemente l’intervento militare sia funzionale al perseguimento di obiettivi tattici, senza una visione chiara del «giorno dopo». Si agisce per neutralizzare una minaccia, si ottiene un risultato parziale, si cerca di mantenere un vantaggio negoziale. Si scopre, poi, che il problema non è stato superato, ma spostato in avanti. Non di rado, in forma aggravata. ​​​​​​

È in questa chiave che andrebbe letto il dossier iraniano, sia in relazione al conflitto sia all’applicazione di sanzioni economiche. In una recente intervista, lo sceneggiatore e dissidente Mehdi Mahmoudian – candidato all’Oscar nell’ultima edizione del premio per il film Un semplice incidente e incarcerato dalla Repubblica Islamica per il suo attivismo politico – ha osservato che, senza un alleggerimento delle sanzioni, «diventerà impossibile fare progetti», concludendo che solo la normalizzazione consentirebbe alla società civile di respirare.

Il tema merita attenzione anche alla luce degli obiettivi dichiarati da Donald Trump, il quale, già nel corso del suo primo mandato (2018), aveva ritirato gli Usa dall’accordo (JCPOA) sul ridimensionamento del programma nucleare iraniano e sulla rimozione delle sanzioni economiche, sottoscritto nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama. L’intenzione manifestata era di indebolire Teheran fino a costringerla a modificare la sua postura regionale.

A distanza di otto anni, però, il bilancio appare lontano dagli auspici. La proiezione regionale iraniana, dal Libano allo Yemen, ha subito dei contraccolpi, ma resta ben radicata. L’apparato dei Pasdaran – ala militare del regime – non è stato neutralizzato e ha anzi ampliato la propria influenza. In compenso, la popolazione civile ha visto erodersi salari, potere d’acquisto e risparmi. È qui che emerge il paradosso. L’idea implicita è che il peggioramento delle condizioni materiali generi automaticamente una reazione contro il proprio governo.

La storia dimostra, però, che il destinatario del malcontento non può essere predeterminato. Le sanzioni possono ridurre il consenso interno, ma possono anche produrre un riflesso opposto: la solidarietà tra assediati. Quando una popolazione percepisce di essere sottoposta a una pressione estera, infatti, il nazionalismo tende a rafforzarsi. La propaganda trova terreno fertile. Le responsabilità governative vengono relativizzate.

La Repubblica Islamica ha sfruttato per decenni questa dinamica. Ogni restrizione è stata incorporata in una narrazione di resistenza nazionale e, in un Paese dalla forte identità storica come l’Iran, il richiamo all’orgoglio conserva una notevole capacità di mobilitazione.

C’è un precedente celebre, che riguarda proprio l’Italia. Le sanzioni adottate dalla Società delle Nazioni nel 1935, a seguito dell’aggressione all’Etiopia, non indebolirono il consenso al fascismo.
Al contrario, contribuirono a consolidarlo. La campagna per «l’oro alla patria», la percezione d’accerchiamento e l’idea di un’ingiustizia internazionale rafforzarono il legame tra società e regime.

Questo errore di fondo viene aggravato, nel contesto iraniano, da una seconda circostanza: il deterioramento economico non affligge le élite al potere, ma le fasce sociali storicamente più liberali, maggiormente interessate a un’evoluzione in senso democratico: studenti, professionisti, piccoli e medi imprenditori. Quel segmento viene progressivamente impoverito, isolato, costretto a concentrarsi sulla sopravvivenza.

Se l’obiettivo è davvero quello di favorire una transizione dell’Iran verso forme di governo più aperte e pluraliste, la logica dell’azione deve cambiare. Le limitazioni dovranno concentrarsi in modo chirurgico sui settori missilistico e nucleare, evitando di comprimere l’intero tessuto produttivo. Un’economia più dinamica non garantirà di per sé una trasformazione politica, ma contribuirà a rafforzare quelle classi sociali che potrebbero ottenere, nel tempo, maggiori spazi di partecipazione, rappresentanza e riforme. Quel che serve è un approccio che guardi oltre il «breve termine».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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