La legge elettorale sarà la chiave per le riforme in Italia

La sua modifica potrebbe portare alla realizzazione piena del «Premierato di fatto» che il Governo Meloni ha già avviato a suon di decreti e cento voti di fiducia
Schede elettorali - Foto © www.giornaledibrescia.it
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Approdare alle riforme istituzionali prendendo la rotta della legge elettorale. Non è un percorso diretto verso la meta, ma di sicuro è il più comodo, perché le leggi elettorali sono ordinarie e non impongono il complesso iter di quelle costituzionali. Questa la via che la maggioranza sembra aver ormai imboccato. Lo vedremo dopo le ferie, perché nel frattempo la politica italiana è in fibrillazione per l’avvicinarsi delle urne in sei - forse sette - Regioni.

Rimane quindi sullo sfondo il disegno delle grandi riforme, sempre divisive e cariche di tensioni. Quella della Giustizia, se va bene, è comunque destinata ad essere sottoposta al vaglio del referendum confermativo perché non basta il consenso raccolto in Parlamento. Sembra intanto arenata l’Autonomia differenziata, che secondo i sondaggi non piacerebbe a sei italiani su dieci. La Lega ha avuto un sussulto, nei giorni scorsi, davanti all’assegnazione di maggiori poteri a Roma Capitale, ma la fiammata è già esaurita.

La modifica della legge elettorale, invece, potrebbe portare alla realizzazione piena del «Premierato di fatto» che il Governo Meloni ha già avviato a suon di decreti e cento voti di fiducia. Anche se l’idea che propone Fratelli d’Italia è contrastata dal resto della maggioranza e incredibilmente piacerebbe più al Pd della Schlein che alla Lega di Salvini. Il progetto prevede l’eliminazione della quota maggioritaria legata ai collegi uninominali (attualmente riguarda un terzo degli eletti) per portare tutto in un sistema proporzionale, con l’indicazione vincolante del premier e un premio di maggioranza per chi supera il 40% dei consensi.

Di fatto un premierato per interposta legge elettorale. Soluzione che blinderebbe il destra-centro, almeno per ora. Ma che Matteo Salvini e Antonio Tajani fanno fatica ad accettare, perché sia la Lega che Forza Italia oggi hanno più parlamentari dei voti raccolti proprio grazie ai collegi uninominali, per la Lega sicuri al Nord e per Forza Italia qua e là nel Centro-Sud. Si ragiona sulle possibili compensazioni nel premio di maggioranza, che verrebbero dalla reintroduzione delle preferenze, terreno sul quale sia Lega che FI pensano di poter competere.

Elly Schlein e Giuseppe Conte - © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - © www.giornaledibrescia.it

Il meccanismo suscita invece le attenzioni, seppur non manifestate, del Pd, che sarebbe avvantaggiato nel confronto con M5s (e forse anche personalmente di Elly Schlein che si sentirebbe più forte di Giuseppe Conte). Un eventuale sbarramento al 3% non impensierisce l’Alleanza Verdi-Sinistra, ma peserebbe su Azione, Italia viva e +Europa. Nel centrosinistra c’è chi fa i calcoli e sostiene che l’attuale legge farebbe conquistare almeno il Senato, se non l’intera posta, secondo il modello Salis che a Genova ha funzionato, quindi invita a non assecondare il gioco della Meloni.

Che i calcoli sulle leggi elettorali si facciano tenendo d’occhio i sondaggi e le situazioni contingenti lo dimostra anche un’altra variazione già concordata nella maggioranza per le Amministrative, l’abbassamento al 40% della quota nelle città con oltre 15mila abitanti per diventare sindaci al primo turno e senza ballottaggio. La soluzione piace tantissimo al centrodestra, che più volte ha visto i propri candidati superati al secondo turno.

Giorgia Meloni ha però fretta, vuole una nuova legge al più presto, entro l’inizio del 2026, per non arrivare troppo vicino alle elezioni previste a metà del ’27. Proprio sui continui cambiamenti delle leggi elettorali - l’Italia ne aveva una durata quasi mezzo secolo e poi ne ha cambiate quattro in 25 anni - è all’esame un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. È contro l’attuale sistema - il Rosatellum, seppur modificato dopo la riduzione del numero dei parlamentari - e si appella al principio di stabilità del diritto elettorale. La questione posta è semplice: non si può continuare a cambiare le regole del gioco, tanto meno quando si è a ridosso della chiamata alle urne. La sentenza è attesa entro settembre.

Al di là dell’esito, si aprono un paio di temi di fondo. Il succedersi dei cambiamenti non è solo il frutto di calcoli politici di parte, ma testimonia un’insoddisfazione sostanziale. L’attuale meccanismo, che mescola proporzionale e maggioritario senza distinzione percepibile dall’elettore, vincola le liste ad un elenco di nominati dalle segreterie dei partiti ed impedisce che a scegliere sia chi vota. L’eletto non rappresenta, nei fatti, un gruppo sociale o un territorio, ma chi lo ha messo in lista e in quella posizione. Non sarà solo per questo, ma è una delle ragioni della crescente distanza fra i cittadini e la politica. Ecco perché la nuova legge elettorale dovrebbe diventare una via maestra di partecipazione e non una scorciatoia per altri scopi.

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