Fatta la legge, si ridefiniscono le coordinate della contesa politica e la mappa delle opportunità per i contendenti in campo. Il disegno originario di Giorgia Meloni, forte di un consenso stimato allora attorno al 45-46%, era chiaro e poggiava su solide premesse aritmetiche: blindare la maggioranza con una nuova legge elettorale pensata per premiare chi sfiora il 42%. L’irruzione di Vannacci ha sgretolato questa ambizione, rimescolando le carte e consegnando un inatteso vantaggio al campo largo. È la beffa ricorrente della storia repubblicana: chi confeziona una legge elettorale su misura finisce per spianare la strada proprio all’avversario che intendeva marginalizzare.
A questo rovesciamento prospettico si somma un fattore esogeno e dirompente che danneggia ulteriormente la premier: il progressivo deterioramento della congiuntura economica. Dalla Spagna alla Francia e a Berlino, il vento europeo ha cambiato direzione, tornando a soffiare a favore delle opposizioni. Il caro-affitti, il caro-benzina, l’inflazione che morde il carrello della spesa scaricano sul governo il peso del malcontento popolare. L’elettorato, stretto nella morsa di un’epoca di vacche magre in cui una crescita economica stabile e un welfare generoso sono un ricordo lontano, non ha altri interlocutori a cui chiedere conto se non chi siede a Palazzo Chigi. E in tutta Europa, la regola non scritta, ma inflessibile dei nuovi tempi della crisi innescata dalle guerre in Ucraina e Medio-oriente condanna i governi in scadenza a una inesorabile bocciatura.
Ecco perché Meloni tradisce nervosismo: sente che si sta giocando la rielezione, fino a un anno fa (quasi) certa. Sebbene il suo esecutivo mantenga una stabilità formale e conti pubblici in ordine, è stata costretta a passare sulla difensiva. Sforna decreti sicurezza a ciclo continuo. Tampona alla bell’e meglio l’escalation del prezzo di benzina e diesel con misure d’emergenza. Dopo il naufragio dei progetti sulla giustizia e il congelamento di quello sull’autonomia differenziata, ha puntato a realizzare una riforma elettorale – lo Stabilicum – che funziona da surrogato del premierato, rimasto nel cassetto.
Alle strette per i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles (e dalla situazione periclitante dei debiti pubblici di quasi tutte le democrazie occidentali), ritrovatasi con poche munizioni in canna, Palazzo Chigi ha ripiegato sulla guerriglia tattica: disinnescare l’avversario facendo in modo che spari a salve. Ed è qui che emerge il paradosso più lucido e spregiudicato della leadership meloniana. Convinta che Elly Schlein rappresenti l’avversario meno temibile, Meloni sta dedicando una cura speciale per valorizzarla, persino per difenderla da competitor interni più agguerriti.
Per questo dialoga a distanza con lei, evita di delegittimarla, cerca di congelarla nel ruolo di sfidante ufficiale. La stessa nuova legge elettorale, per come è stata congegnata, strizza l’occhio alla segretaria del Pd offrendole un’insperata opportunità. Costringe il campo largo a sfornare quello che fa più fatica a confezionare: un unico candidato premier. Indirettamente, questo è un vantaggio anche per Meloni: l’architettura dello Stabilicum, imperniata sull’indicazione del premier, costringe infatti Schlein a entrare in collisione con i concorrenti interni del campo largo. Se il governo Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana, il merito è certamente della compattezza della sua maggioranza, ma un ruolo non secondario l’ha avuto anche un’opposizione che, non riuscendo a dotarsi di un assetto unitario, ha messo nelle mani della destra una carta insperata da giocare. Di fronte a questa ghiotta opportunità, perché mai la leader di Fd’I non avrebbe dovuto approfittarne?




