Opinioni

Il rischio del Melonellum: Vannacci arbitro del potere

La nuova legge elettorale può rafforzare la premier, ma il rischio di non raggiungere la soglia per il premio di maggioranza apre scenari incerti tra campo largo, larghe intese e l’incognita Futuro nazionale
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Giorgia Meloni e Roberto Vannacci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni e Roberto Vannacci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un qualche accordo nella maggioranza per condurre in porto, a settembre, la nuova legge elettorale sembra sia stato raggiunto, sia pure faticosamente. Non sono esclusi ripensamenti e colpi di scena, anche se ormai appare chiaro che per la Meloni la riforma sia un punto d’onore: non ha potuto avere il presidenzialismo e nemmeno il premierato forte, ora vuole almeno l’indicazione del candidato a Palazzo Chigi sulla scheda elettorale.

Fatto sta che il meccanismo ideato dal Melonellum era costruito apposta per ottenere tre obiettivi: vincere superando largamente il 42% dei voti e incassare il premio di maggioranza per avere un’altra legislatura a guida FdI e quasi certamente anche il Quirinale nel 2029; dividere il campo largo introducendo l’aspirante premier pre-designato, in modo da sfasciare l’alleanza Conte-Schlein prima ancora di andare alle urne; sancire con la forza dei numeri di Fratelli d’Italia che nel destracentro c’è una sola formazione egemone e che le altre due (FI e Lega) sono ancillari e possono al massimo esprimere un vicepresidente del Consiglio.

Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il terzo obiettivo è già nei fatti, il secondo è quasi raggiunto, ma il primo – il più importante – può sfumare clamorosamente. L’ultimo sondaggio Swg per il tg di La7 prima della pausa estiva dava ai partiti di governo il 40,9%, cioè più di un punto sotto l’asticella del 42% fissata per ottenere il premio; per contro, il campo largo sarebbe oggi al 43,7%, quindi potrebbe vincere le elezioni, ma è noto che con Conte o la Schlein candidati a Palazzo Chigi si perderebbe qualche voto o dal M5s o dai moderati di centrosinistra.

Quel 43,7% è oltre la soglia del premio di appena 600mila voti se l’affluenza alle politiche arriva al 70%; sotto quella partecipazione, bastano poche defezioni per mandare sotto il 42% anche il campo largo. Risultato: il premio non scatta e la ripartizione dei seggi è proporzionale. Larghe intese, niente Meloni, Conte o Schlein a Palazzo Chigi, praterie di consensi per le opposizioni come il M5s e Vannacci (che, come insegna il caso di FdI 2021-’22, guadagnerebbero tantissimo restando fuori da una maggioranza eterogenea di solidarietà nazionale).

Però, se l’alternativa per la Meloni è imbarcare Futuro Nazionale col suo 7% di possibili suffragi, il pareggio è l’opzione migliore. Il generale, infatti, viene da un ambiente nel quale si ubbidisce ai superiori, ma dove si comanda ai sottoposti. Se FN – com’è quasi certo – fosse determinante per un governo Meloni, il vero dominus dell’Esecutivo non sarebbe la leader di Fratelli d’Italia ma colui che avrebbe in pugno i voti per tenere in piedi l’Esecutivo o rovesciarlo. La scena del Colosseo si potrebbe ripetere, stavolta in modo non virtuale e non cruento, ma letale per l’attuale premier: su politica estera, vicepresidenza a Vannacci e molti altri temi Futuro nazionale avrebbe in mano le sorti di tutti, senza contare che Forza Italia avrebbe solo l’opzione di sottomettersi o uscire dalla coalizione.

Meglio, molto meglio confermare l’attuale destracentro e tentare l’avventura anche con la nuova legge elettorale (con quella vigente, al campo largo andrebbe perfino meglio, quindi non la si può tenere). Poi si vedrà: se Meloni e soci acchiapperanno in un colpo solo primo posto e quota 42% ogni pericolo sarà scampato; se ci sarà un pareggio, saranno guai; se invece vincerà il campo largo, l’attuale premier potrà sedersi sulla riva del fiume e attendere il crollo di un’alleanza di centrosinistra che già oggi non sembra in grado di reggere a lungo.

Puntare sulla legislatura breve (come quella del secondo Prodi, che durò due anni, dal 2006 al 2008) e arrivare a inizio 2029 (scadenza del mandato di Mattarella) con un nuovo Parlamento di centrodestra o con un’intesa col Pd per un Capo dello Stato bipartisan sarebbe un buon risultato. Per questo è improbabile che la Meloni si faccia catturare da Vannacci ed è molto più verosimile che adotti una tattica attendista, sperando di poterne, presto o tardi, coglierne i frutti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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