Un qualche accordo nella maggioranza per condurre in porto, a settembre, la nuova legge elettorale sembra sia stato raggiunto, sia pure faticosamente. Non sono esclusi ripensamenti e colpi di scena, anche se ormai appare chiaro che per la Meloni la riforma sia un punto d’onore: non ha potuto avere il presidenzialismo e nemmeno il premierato forte, ora vuole almeno l’indicazione del candidato a Palazzo Chigi sulla scheda elettorale.
Fatto sta che il meccanismo ideato dal Melonellum era costruito apposta per ottenere tre obiettivi: vincere superando largamente il 42% dei voti e incassare il premio di maggioranza per avere un’altra legislatura a guida FdI e quasi certamente anche il Quirinale nel 2029; dividere il campo largo introducendo l’aspirante premier pre-designato, in modo da sfasciare l’alleanza Conte-Schlein prima ancora di andare alle urne; sancire con la forza dei numeri di Fratelli d’Italia che nel destracentro c’è una sola formazione egemone e che le altre due (FI e Lega) sono ancillari e possono al massimo esprimere un vicepresidente del Consiglio.

Il terzo obiettivo è già nei fatti, il secondo è quasi raggiunto, ma il primo – il più importante – può sfumare clamorosamente. L’ultimo sondaggio Swg per il tg di La7 prima della pausa estiva dava ai partiti di governo il 40,9%, cioè più di un punto sotto l’asticella del 42% fissata per ottenere il premio; per contro, il campo largo sarebbe oggi al 43,7%, quindi potrebbe vincere le elezioni, ma è noto che con Conte o la Schlein candidati a Palazzo Chigi si perderebbe qualche voto o dal M5s o dai moderati di centrosinistra.
Quel 43,7% è oltre la soglia del premio di appena 600mila voti se l’affluenza alle politiche arriva al 70%; sotto quella partecipazione, bastano poche defezioni per mandare sotto il 42% anche il campo largo. Risultato: il premio non scatta e la ripartizione dei seggi è proporzionale. Larghe intese, niente Meloni, Conte o Schlein a Palazzo Chigi, praterie di consensi per le opposizioni come il M5s e Vannacci (che, come insegna il caso di FdI 2021-’22, guadagnerebbero tantissimo restando fuori da una maggioranza eterogenea di solidarietà nazionale).
Però, se l’alternativa per la Meloni è imbarcare Futuro Nazionale col suo 7% di possibili suffragi, il pareggio è l’opzione migliore. Il generale, infatti, viene da un ambiente nel quale si ubbidisce ai superiori, ma dove si comanda ai sottoposti. Se FN – com’è quasi certo – fosse determinante per un governo Meloni, il vero dominus dell’Esecutivo non sarebbe la leader di Fratelli d’Italia ma colui che avrebbe in pugno i voti per tenere in piedi l’Esecutivo o rovesciarlo. La scena del Colosseo si potrebbe ripetere, stavolta in modo non virtuale e non cruento, ma letale per l’attuale premier: su politica estera, vicepresidenza a Vannacci e molti altri temi Futuro nazionale avrebbe in mano le sorti di tutti, senza contare che Forza Italia avrebbe solo l’opzione di sottomettersi o uscire dalla coalizione.
Meglio, molto meglio confermare l’attuale destracentro e tentare l’avventura anche con la nuova legge elettorale (con quella vigente, al campo largo andrebbe perfino meglio, quindi non la si può tenere). Poi si vedrà: se Meloni e soci acchiapperanno in un colpo solo primo posto e quota 42% ogni pericolo sarà scampato; se ci sarà un pareggio, saranno guai; se invece vincerà il campo largo, l’attuale premier potrà sedersi sulla riva del fiume e attendere il crollo di un’alleanza di centrosinistra che già oggi non sembra in grado di reggere a lungo.
Puntare sulla legislatura breve (come quella del secondo Prodi, che durò due anni, dal 2006 al 2008) e arrivare a inizio 2029 (scadenza del mandato di Mattarella) con un nuovo Parlamento di centrodestra o con un’intesa col Pd per un Capo dello Stato bipartisan sarebbe un buon risultato. Per questo è improbabile che la Meloni si faccia catturare da Vannacci ed è molto più verosimile che adotti una tattica attendista, sperando di poterne, presto o tardi, coglierne i frutti.




