Il Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni. Il provvedimento, modificato durante l’esame a Palazzo Madama, torna ora alla Camera per la terza lettura e il via libera definitivo. A favore hanno votato i gruppi della maggioranza, Nm-Cd’I, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Contrari Azione, Italia Viva, Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Per le Autonomie, la Svp si è astenuta, mentre la senatrice Aurora Floridia ha votato contro. Al termine delle dichiarazioni di voto, le opposizioni hanno mostrato in Aula cartelli con la scritta «no alla legge truffa».
Tre preferenze e capilista bloccati
Tra le modifiche approvate dalla maggioranza c’è il meccanismo delle tre preferenze, affiancato però dalla presenza di capilista bloccati. È stata respinta la proposta del Pd di introdurre un sistema basato sulle preferenze «pure». La nuova disciplina prevede quindi che le elettrici e gli elettori possano esprimere fino a tre preferenze, mentre i capilista vengono eletti senza essere scelti attraverso le preferenze. È proprio questo uno dei punti più contestati dalle opposizioni.
Un’altra modifica riguarda la cosiddetta norma anti-cespugli. Dal testo scompare la soglia del 3% che era stata introdotta alla Camera e che stabiliva quando i voti ottenuti da una lista potessero contribuire al calcolo necessario per l’assegnazione del premio di maggioranza.
Lo stesso emendamento interviene anche sulla raccolta delle firme per le forze politiche che non sono presenti in Parlamento. Il numero necessario per candidarsi aumenta da un minimo di 6mila a un massimo di 7mila firme per collegio, mentre attualmente ne sono richieste 1.500.
Il premio di maggioranza oltre il 42%
Il sistema prevede un premio di maggioranza per la coalizione che supererà il 42%. Il meccanismo è stato difeso dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che al termine della votazione ha definito la riforma «un grande passo avanti». «Chi è sicuro oggi di avere il 42%? Nessuno può saperlo», ha osservato La Russa, sostenendo che la legge non garantirebbe il successo a nessuna forza politica. «Visto i sondaggi, la legge non può garantire nessuno, o meglio, garantirà chi avrà un voto di più», ha aggiunto.
Il presidente del Senato ha sottolineato anche una delle modifiche intervenute durante l’esame parlamentare: «Non è stato introdotto il ballottaggio per esempio». L’ipotesi di inserire un secondo turno era stata sostenuta attraverso un emendamento presentato in Aula dal senatore Marcello Pera, di Fratelli d’Italia, ma è stata ritirata dopo il confronto interno alla maggioranza. La Russa ha quindi sostenuto che la nuova legge «dà la possibilità a tutti di competere».
Il voto fuori sede anche per i caregiver
Tra le novità approvate figura anche l’estensione del voto fuori sede ai caregiver familiari. La possibilità riguarda chi assiste un familiare o un figlio ricoverato o ospitato in una struttura situata in una Regione diversa da quella di residenza. La riforma interviene quindi anche sulle modalità di esercizio del voto per chi, per ragioni di assistenza familiare, si trova lontano dal proprio luogo di residenza.
L’opposizione: «Una truffa»

Durissima la reazione del Pd. Laura Boldrini ha definito la riforma «una truffa» e ha annunciato che l’opposizione continuerà a contrastarla alla Camera. Tra le principali critiche sollevate dalla deputata dem c’è quella sulla rappresentanza delle donne. Secondo Boldrini, con i capilista bloccati viene meno l’obbligo di rispettare il rapporto 60-40 tra i due generi previsto per le candidature. «Questo significa che tutti i capilista potrebbero essere uomini», ha sostenuto, contestando alla maggioranza di aver cancellato una misura conquistata attraverso le battaglie per la rappresentanza femminile.
Boldrini ha poi criticato il meccanismo delle preferenze. «Stanno raccontando di avere introdotto le preferenze. Non è vero», ha dichiarato, sostenendo che queste varrebbero soltanto dal secondo posto in lista e che, secondo il calcolo da lei indicato, «solo il 20 per cento degli eletti saranno scelti con le preferenze».
Nel mirino della deputata Pd c’è anche l’obbligo di indicare il candidatoo la candidata premier nel programma elettorale. Per Boldrini si tratterebbe di un modo per «aggirare la Costituzione e togliere poteri al Capo dello Stato», introducendo di fatto un sistema di premierato senza una riforma costituzionale.
Infine, la critica sull’aumento delle firme necessarie per presentare una lista. Boldrini parla di un passaggio «da 40mila a circa 372mila» firme complessive e lo definisce «una enorme mutilazione della democrazia e della partecipazione». «Contrasteremo questo obbrobrio alla Camera per impedire che la truffa diventi definitivamente legge», ha concluso.
Ora la parola torna quindi alla Camera, dove il testo dovrà affrontare la terza lettura dopo le modifiche apportate dal Senato.



