Con quasi diciannove anni complessivi alla guida del Paese, è il premier israeliano più longevo. Quando si insediò nel 1996, il Medio Oriente viveva ancora nell’orizzonte politico degli accordi di Oslo e il sistema internazionale sembrava organizzato attorno all’egemonia incontrastata degli Stati Uniti. Nei tre decenni successivi si sono succeduti la seconda Intifada, gli attentati dell’11 settembre, le guerre in Afghanistan e in Iraq, le rivolte arabe, l’ascesa dello Stato islamico, il confronto con l’Iran, gli Accordi di Abramo e, dopo il trauma del 7 ottobre 2023, una nuova stagione di conflitti destinata a ridefinire gli equilibri regionali. Anche l’ordine internazionale è cambiato, passando dall’unipolarismo americano a una competizione sempre più aspra tra grandi potenze.
La continuità della presenza di Netanyahu al vertice del governo costituisce quindi un elemento politico di particolare rilievo, sviluppatosi attraverso profonde trasformazioni del sistema dei partiti, della società e dell’ambiente strategico regionale, oltre che attraverso crisi di sicurezza, proteste interne, alternanze parlamentari e procedimenti giudiziari che lo hanno visto protagonista. La sua longevità non rappresenta soltanto un dato biografico o istituzionale, ma è una delle variabili attraverso cui interpretare l’evoluzione politica di Gerusalemme.
È in questa prospettiva che vanno lette le proiezioni diffuse ieri sera. Pur non consentendo ancora di stabilire chi guiderà il prossimo governo, esse permettono di valutare la consistenza dei diversi blocchi parlamentari. In Israele si votano le liste e non direttamente il capo del governo e per ottenere la fiducia della Knesset sono necessari almeno 61 seggi. Le proiezioni attribuiscono circa 50 seggi al blocco di Netanyahu, contro i 52-53 dell’opposizione. Le liste arabe ne otterrebbero 17-18. Nessuno dei due schieramenti dispone quindi di una maggioranza autonoma. Il risultato non sancisce ancora la sconfitta di Netanyahu, ma mostra il logoramento della formula che ha permesso alla destra di governare attraverso la sua leadership. Il Likud resta la principale forza individuale, ma il suo primato non è più sufficiente a garantire la continuità dell’esecutivo. Anche l’opposizione esce dal voto in una posizione ambivalente.
Il fronte guidato da Gadi Eisenkot riunisce forze centriste, di destra e di sinistra accomunate dal rifiuto di Netanyahu, ma non ancora da una visione condivisa del futuro del Paese. Il suo vantaggio non basta quindi a trasformarlo in una coalizione di governo. Le liste arabe possono diventare decisive non solo per la formazione della maggioranza, ma anche per definire i confini della possibile alternanza. Il loro sostegno esterno o la loro astensione potrebbero consentire a Eisenkot di tentare la formazione di un governo di minoranza.
תוצאות המדגם הראשוניות מצביעות על אי אמון מוחלט בנתניהו וממשלת השבעה באוקטובר, של הרוב הציוני ושל רוב אזרחי ישראל. אם אלו התוצאות הסופיות זהו נצחון לרוב הממלכתי-ציוני בישראל. אפעל באופן מיידי למימוש הכרעת העם, להחלפת ממשלת נתניהו ולהקמת ממשלת גיוס ציונית, בהקדם האפשרי.
— Gadi Eisenkot - גדי איזנקוט (@gadi_eisenkot) October 27, 2026
I principali partiti ebraici dell’opposizione escludono però una coalizione formale con le forze arabe. L’alternativa a Netanyahu può quindi avere i voti necessari, ma non ancora un’intesa sulla formula di governo. Ne deriva una conclusione meno scontata di quella suggerita dalla contrapposizione tra i leader delle due coalizioni.
Il voto non oppone semplicemente continuità e cambiamento, ma due forme diverse di continuità: quella personale del leader, della destra religiosa e della politica dell’emergenza, e quella dell’apparato securitario e del consenso sulla necessità di contenere Hamas e contrastare l’Iran. Eisenkot potrebbe modificare il rapporto tra governo, esercito e istituzioni, promuovere un’inchiesta sul 7 ottobre e ridimensionare l’estrema destra, ma non rappresenta una rottura immediata della dottrina strategica israeliana. Le ricadute internazionali sarebbero tuttavia rilevanti.
Un governo senza Netanyahu potrebbe attenuare l’isolamento diplomatico di Israele, ricostruire i rapporti con Washington, l’Europa e alcuni Paesi arabi e offrire una gestione più istituzionale della guerra di Gaza e della Cisgiordania. Si tratterebbe però di una trasformazione della postura internazionale, non necessariamente degli obiettivi strategici: nessuna delle principali forze propone nell’immediato uno Stato palestinese pienamente sovrano o il superamento della politica di sicurezza preventiva. Gli exit poll non decretano dunque la fine dell’era Netanyahu. Mostrano però che la sua permanenza non coincide più automaticamente con la stabilità del sistema.
La questione è se Israele sarà capace di uscire dalla politica dell’emergenza permanente senza limitarsi a sostituire un leader con un altro. Se il potere logora chi non ce l’ha, la parabola di Bibi ne offre il rovescio: dopo quasi tre decenni, a mostrare i segni dell’usura non è soltanto la leadership, ma il sistema politico che ha finito per identificare la propria stabilità con la sua permanenza.




