Quelle che Israele si appresta ad affrontare sono elezioni cariche di conseguenze sul fronte interno. «Le più importanti degli ultimi decenni», ripetono gli analisti. In parte è così: dall’esito del voto del 27 ottobre dipenderà non solo la composizione della Knesset e quindi l’orientamento del nuovo governo, ma anche il futuro politico e giudiziario di Benjamin Netanyahu, che da primo ministro ha fatto di tutto per sfuggire ai tribunali che lo accusano di corruzione, come anche la possibilità di stabilire una commissione d’inchiesta indipendente sulle falle che hanno reso possibile gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la tenuta dei poteri di controllo, da sempre osteggiati dal premier.

Qualunque sia l’esito del voto, cambierà poco, invece, al di fuori dei confini dello Stato ebraico: su Gaza, Cisgiordania, Libano e Iran, le posizioni dell’opposizione non si discostano di molto da quelle del primo ministro in carica. Il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot ha definito la soluzione a due Stati «un errore» e promesso che non diventerà realtà sotto il suo governo. Si è impegnato a smantellare il governo di Hamas e le sue capacità militari a Gaza entro 18 mesi dall’insediamento, che sia secondo il percorso previsto dal «piano di pace» di Trump o con la forza, ma ha affermato che potranno volerci anni prima che le truppe israeliane si ritirino dalla Striscia.
Sulla Cisgiordania, la differenza con Netanyahu è questione di sfumature: entrambi si dicono contrari a un’annessione formale, ma non hanno dichiarato alcuna intenzione di ridimensionare tanto la colonizzazione quanto l’occupazione militare. L’unico disaccordo evidente sta nella posizione sul controverso mega insediamento E1: promosso da Netanyahu, «un errore» secondo Eisenkot.

Anche sul Libano le differenze sono più di forma che di sostanza: Eisenkot chiede «piena libertà d’azione» per l’esercito di Tel Aviv che occupa il Sud del paese forza fino a garantire la «completa smilitarizzazione di Hezbollah e la sicurezza del Nord d’Israele». Anzi, ha rimproverato a Netanyahu un approccio troppo timido tanto nell’offensiva quanto nella scelta di firmare il cessate il fuoco (poi violato). D’altronde, l’ex generale è padre della cosiddetta «dottrina Dahiya», sperimentata durante l’invasione del Libano del 2006, che prevede un uso sproporzionato della forza, anche su obiettivi civili, in funzione deterrente.
Anche sull’Iran, Eisenkot e gli alleati Bennet e Lapid hanno spesso criticato l’agire di Netanyahu, accusato di non essere in grado di portare a casa risultati decisivi, ma non hanno fornito ricette alternative. Su una cosa concordano: Israele deve tenersi pronto a bombardare nuovamente se Teheran dovesse compiere qualsiasi mossa ostile. Posizione del tutto sovrapponibile a quella del primo ministro in carica.
Le uniche voci fuori dal coro nel campo dell’opposizione arrivano dai Democratici, eredi del partito laburista, e dalle formazioni arabe, recentemente riammesse al voto dalla Corte suprema dopo il tentativo della Commissione elettorale di escluderle. Entrambe le forze rimangono ferme sul sostegno alla soluzione a due Stati, ma non hanno i numeri per imporre una posizione che è più che mai minoritaria, tra i partiti come nella società israeliana.




