Opinioni

Inesauribile testimone di pace, Francesco è il santo di tutti

Oggi si celebrano gli 800 anni dalla morte del «poverello» di Assisi, che è stato prima di tutto un uomo di fede operosa e di pace attiva
Francesco Bonini

Francesco Bonini

Editorialista

Un dettaglio della croce processionale di Gianfrancesco delle Croci
Un dettaglio della croce processionale di Gianfrancesco delle Croci

Grande festa, oggi. Ad Assisi e nel mondo. Perché san Francesco è di tutti, da ottocento anni. È di tutti per la sua pubblica scelta di conformarsi a Cristo, radicalmente: «Alter Christus» era giustamente definito. Già in vita, santo per unanime certezza. Ma una santità già allora e poi lungo tutti questi secoli contemporanea, cioè sempre moderna, spesa sulle strade del mondo, mettendosi a disposizione dei bisogni di tutti, della Chiesa e alla radice dei poveri. Così da suscitare una pluralità di movimenti. Senza barriere.

E questo è in fin dei conti il punto. Perché Francesco non è un santo taumaturgo, non lo si invoca per ottenere grazie o miracoli: per questo, restando tra i francescani, c’è da sempre sant’Antonio, suo contemporaneo, e ora san Pio da Pietralcina. Non è un dottore della Chiesa, pur essendo un intellettuale e uno dei padri della lingua italiana, non è un martire, pur avendo attraversato disarmato le schiere musulmane durante la quinta crociata. Né è un leader ecopacifista. È radicalmente prima di tutto un uomo di fede operosa e un uomo di pace attiva.

La chiesa di san Francesco a Brescia
La chiesa di san Francesco a Brescia

Ove la pace è il risultato della benedizione di Dio, del conformarsi a Cristo, che diventa opera efficace nella storia. E allora forse il testo più parlante dell’identità di san Francesco è la cosiddetta Chartula, ovvero la benedizione che ha scritto di suo pugno per frate Leone. Poche righe da leggere integralmente: «Il Signore ti benedica e ti custodisca. Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te. Volga a te il suo sguardo e ti dia pace. Il Signore ti benedica, frate Leone». Dove frate Leone siamo tutti noi. Uno per uno e nello stesso tempo tutti insieme.

In queste poche parole c’è un circuito di bene, che congiunge cielo e terra, che dal cielo si irradia sulla terra e che dà significato a tutte le cose. E ci illustra due eredità, indicazioni fondamentali, dal punto di vista della chiesa e della storia universale.

Dal punto di vista della storia della Chiesa Francesco mostra come debba essere «semper reformanda», grazie ad iniezioni potenti di quel radicalismo evangelico che ha forse per primo testimoniato in termini insieme evidenti e nello stesso tempo compatibili con l’istituzione. Un equilibrio complesso, che a volte salta – come con Lutero – ma che ha mostrato vivo e che opera nei secoli.

Il secondo tema è quello della pace e dunque del dialogo. Papa Paolo VI aveva scelto la festa di san Francesco per recarsi all’Onu nel 1965 e lo ricorda all’Assemblea generale, in un momento in cui le Nazioni Unite rappresentavano un forum attivo, pur nel pieno della contrapposizione tra i blocchi. Lì erompe in un’espressione poi tante volte ripersa: «Jamais plus la guerre!». E Giovanni Paolo II che completerà l’espressione definendo la guerra «una avventura senza ritorno», in positivo proprio ad Assisi convocherà tutti i leader religiosi del mondo, il 27 ottobre 1986, rilanciando la fede, tutte le fedi, come propellente e garanzia della pace. Una tradizione che è continuata con successo.

Siamo così in conclusione all’Italia, di cui è stato invocato compatrono (con Caterina da Siena) nei giorni bui del 1939 anche per scongiurare l’entrata in guerra dell’Italia fascista. Ma che era stato già riscoperto da Gioberti proprio agli albori del Risorgimento, quando dell’Italia da unificare si cercava di definire l’identità. Che Francesco esprime appieno, proprio in questa forma di grande, vivace, multiforme, inesauribile pungolo e testimonianza evangelica e gioiosa di pace e bene.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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