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«Solo nella baita per 40 giorni: mi sono sentito come san Francesco»

Intervista a fra Franco Ghezzi, Guardiano del Convento di Brescia, nell’anniversario degli 800 anni della morte del poverello d’Assisi
Fra Franco Ghezzi, 76 anni, è nativo di Adro - © www.giornaledibrescia.it
Fra Franco Ghezzi, 76 anni, è nativo di Adro - © www.giornaledibrescia.it

«San Francesco non lo si racconta, lo si vive nel quotidiano». Fra Franco Ghezzi, dell’Ordine frati minori conventuali, è il Guardiano del Convento di Brescia e quello che dice lo prende alla lettera: guardandolo e ascoltandolo sembra di avere di fronte un san Francesco del nostro tempo. Fra Franco certamente si schernirebbe per questo paragone che troverebbe azzardato, ma è esattamente così. Jeans, maglietta e croce al collo (ovviamente scalzo con i sandali) ti accoglie e ti travolge con un’energia che ha una provenienza quasi ultraterrena. Ha 76 anni portati come se fossero 25 di meno, merito anche dell’alpinismo, è originario di Adro. Incarna la fede nel vivere quotidiano e, appunto, te la trasmette con forza. Esattamente come il poverello d’Assisi, morto ottocento anni fa.

Fra Franco, san Francesco diceva «sorella povertà», elogiare la povertà è questione complicata, non trova?

Chiariamo subito: per san Francesco la povertà non era una virtù, ma la conseguenza di una relazione.

Non è di immediata comprensione.

Ci arriviamo. Nel meraviglioso film di Liliana Cavani, quando san Francesco entra nella chiesa di san Damiano si trova davanti a un crocifisso pieno di ragnatele. Lui lo guarda e lo pulisce. Poi lo riguarda e lo ripulisce. Con quei semplici gesti si crea una relazione.

La povertà cosa c’entra?

San Francesco dopo quell’incontro ha lasciato tutto, ma lo ha fatto perché ha trovato il tutto che ti rende davvero libero.

Possiamo paragonarlo a un incontro d’amore?

È un incontro d’amore, dicevano i latini «amor similem similem facit»: come il sentimento amoroso colma anche le differenze, così fa la fede nel nostro rapporto con Dio.

Alpinista, fra Franco con due amici in alta quota
Alpinista, fra Franco con due amici in alta quota

Torniamo a sorella povertà.

Quindi la povertà non come una triste privazione, ma come scelta d’amore e una fonte di totale libertà interiore.

C’è però anche la povertà materiale che purtroppo ben conosce questo nostro tempo.

C’è una povertà da combattere ovviamente con forza, lo sappiamo bene. Basti fare l’esempio degli impoveriti dell’Africa o dei poveri che vediamo anche nelle nostre strade e nelle case più insospettate. Una povertà, che anche da noi, deve essere combattuta seriamente con scelte intelligenti da chi ci governa. Ognuno di noi deve impegnarsi concretamente per aiutare il prossimo che ci chiede il pane.

L’altra è una povertà più filosofica?

Filosofica se così vogliamo dire, ma sempre molto concreta. È la povertà come scelta, in questo caso condizione essenziale per la libertà: se non devo tenere cose posso usare le mani per abbracciare.

La società di oggi impone il consumismo. Come uscirne?

Questa è una schiavitù, dobbiamo capire che la libertà non è avere ma essere fratelli.

La chiesa di san Francesco in città
La chiesa di san Francesco in città

Facile a dirsi.

Ovvio che non è facile, ma serve impegno. Oggi più che mai la via da percorrere per trovare la speranza, soprattutto per i giovani, sono le relazioni umane. Spegnere il telefono e tornare a guardarsi in faccia, parlarsi.

Torna lo scoglio fatica.

Senza fatica non si ottiene nulla, la relazione amorosa implica uno sforzo, per accogliere l’altro bisogna saper far spazio dentro di noi, sapersi ritirare.

Ci faccia un esempio concreto.

Quando nasce un figlio si deve trovar spazio nell’armadio alle sue cose. I genitori cosa fanno? Ne tolgono alcune delle loro, perché le cose hanno meno valore della relazione con il loro bimbo. È sempre così, nelle relazioni serve impegno: come diceva san Paolo VI dove uno soffre, ci vuole uno che ama.

Cosa pensa dei giovani?

Penso che gli sia stata rubata l’anima. La società li vorrebbe tutti belli e perfetti, e quello che hanno dentro? Chi gli parla delle questioni fondamentali della vita? E con l’anima è sparita anche la vita eterna.

L'altare di san Francesco nell'omonima chiesa cittadina
L'altare di san Francesco nell'omonima chiesa cittadina

È il tempo dell’egocentrismo esasperato.

L’orizzonte siamo diventati noi, ma così non c’è orizzonte. Oggi si dice che l’importante non è la meta ma il cammino, non è vero: la meta è la meta, punto. Ma là in fondo, all’orizzonte, non devo esserci io. Le faccio l’esempio della generazione dei miei genitori, e di quelli prima di loro.

Dica.

Loro avevano pochi mezzi, possiamo anche dire pochissimi, al limite del nulla. Ma avevano dei fini molto chiari, dei progetti, degli ideali e sapevano cosa volevano dalla vita e come orientarla. Oggi i mezzi sono diventati il fine, dove possiamo andare?

Dove?

Da nessuna parte.

Soluzioni?

Riecco san Francesco: autenticità e semplicità. Tempo fa sono stato in una baita sulle Dolomiti, ci sono rimasto per quaranta giorni. Niente acqua corrente e neppure elettricità. Mi scaldavo con una stufa a legna. In quella solitudine totale sentivo con forza la vita. Dirò di più: quando uno spicchio di sole entrava dalla finestra ho capito il senso profondo di chiamarlo fratello sole.

Una scelta estrema non per tutti.

È per tutti il tempo da dedicare alla contemplazione. Oggi abbiamo sempre in mano il telefono per fare foto, ma le scattiamo senza guardare. E allora quell’immagine è totalmente vuota. Siamo sempre connessi, ma a cosa? La vera connessione totale, quella che ci ha insegnato san Francesco, con la natura, con gli animali, con le persone, esiste solo se siamo tutti fratelli. Questo può essere possibile solo se c’è la paternità di Dio. Impariamo a fermarci, a liberarci del superfluo materiale e non solo: scopriremo così la vera fraternità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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