Il 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione del Signore, moriva a Castel Gandolfo Paolo VI. Quella ricorrenza evangelica apparve come sigillo spirituale del suo cammino terreno: la luce del Tabor come preludio alla Pasqua definitiva. Quarantotto anni dopo, il suo nome continua a emergere nel magistero della Chiesa non soltanto come memoria storica di un pontefice del Concilio, ma come interlocutore sorprendentemente attuale.
Non è un caso che, fin dai primi mesi del suo pontificato, Leone XIV abbia richiamato più volte Paolo VI, sia esplicitamente sia, soprattutto, attraverso categorie che appartengono al lessico più autentico di Montini: dialogo, unità, speranza, missione, pace, centralità della persona. Più che una serie di citazioni, sembra delinearsi una vera consonanza di visione ecclesiale.
Una nuova luce
Per molti anni Paolo VI è stato considerato il «papa della transizione»: il pontefice chiamato a guidare la difficile stagione successiva al Concilio Vaticano II, spesso ricordato più per le tensioni che dovette affrontare che per l’originalità del suo pensiero. Oggi, forse proprio perché la Chiesa attraversa nuovamente una fase di profondi cambiamenti, il suo magistero appare sotto una luce diversa. Molte delle sue intuizioni sembrano parlare con rinnovata forza al presente.

La prima è certamente il dialogo. Quando pubblicò l’enciclica «Ecclesiam suam» nel 1964, Paolo VI propose una parola destinata a diventare una delle chiavi interpretative del rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Per Montini il dialogo non rappresentava una strategia diplomatica né un compromesso sulle verità della fede; era, piuttosto, il modo stesso con cui Dio si rivolge all’uomo e, di conseguenza, il metodo proprio della Chiesa. Anche Leone XIV insiste con continuità sulla necessità di una Chiesa capace di ascoltare, di incontrare, di costruire ponti e non muri, mostrando come quella prospettiva resti una delle eredità più feconde del Vaticano II.
L’ecumenismo
Accanto al dialogo emerge il tema della comunione. Paolo VI fu il pontefice della collegialità episcopale, della paziente ricerca dell’unità ecclesiale e dell’impegno ecumenico. La sua preoccupazione non consisteva nell’eliminare le differenze, bensì nel ricondurle a una sintesi più alta. Oggi nelle parole di Leone XIV ritorna con frequenza il richiamo a una Chiesa unita senza essere uniforme, capace di custodire la pluralità come ricchezza e non come minaccia.
Vi è poi la speranza, forse il tratto meno appariscente, ma più profondo del magistero montiniano. Paolo VI attraversò anni segnati da contestazioni, crisi ecclesiali, terrorismo internazionale e guerra fredda. Eppure non cedette mai al pessimismo. Continuò a leggere la storia come luogo nel quale Dio continua ad agire. Una prospettiva che riaffiora oggi nell’insistenza di Leone XIV sul non lasciarsi imprigionare dalla paura, dalla polarizzazione e dalla sfiducia, invitando la comunità cristiana a guardare al futuro con responsabilità e fiducia.
Anche il tema della pace costituisce un evidente filo rosso fra i due pontefici. Il celebre appello pronunciato da Paolo VI alle Nazioni Unite nel 1965 – «Mai più la guerra» – non appartiene soltanto alla memoria del Novecento, ma continua a rappresentare uno dei riferimenti più alti della diplomazia pontificia. La convinzione che la pace sia frutto del dialogo, della giustizia e della cooperazione internazionale ritorna con forza negli interventi di Leone XIV, in un contesto mondiale nuovamente segnato da conflitti e instabilità.
La missione
Infine, vi è la missione. Quando Paolo VI pubblicò «Evangelii nuntiandi» nel 1975, offrì probabilmente uno dei testi più profetici del suo pontificato. L’evangelizzazione non veniva descritta come semplice trasmissione di contenuti, ma come testimonianza credibile di una Chiesa che vive il Vangelo dentro la storia degli uomini. È difficile non cogliere un’analoga impostazione nelle parole di Leone XIV, che richiama continuamente una Chiesa capace di testimoniare prima ancora che di affermare, di servire prima che di imporsi.
Questa sorprendente attualità aiuta forse anche a comprendere meglio la figura di Paolo VI. Per lungo tempo il suo pontificato è stato letto soprattutto attraverso le difficoltà degli anni postconciliari, quasi fosse il custode di una stagione problematica. Oggi, invece, molte delle questioni che egli aveva intuito – il dialogo con il mondo, il rapporto tra fede e cultura, la pace internazionale, la corresponsabilità ecclesiale, la missione come testimonianza – si rivelano non problemi del passato, ma sfide permanenti della Chiesa.
Un cammino che continua
Forse è proprio questo il significato più autentico dell’anniversario celebrato il 6 agosto. Ricordare Paolo VI non significa semplicemente commemorare un grande pontefice del Novecento. Significa riconoscere come alcune delle sue intuizioni continuino a illuminare il cammino della Chiesa del XXI secolo. Se il magistero di Leone XIV contribuisce oggi a riportarle al centro della riflessione ecclesiale, allora Montini non appartiene soltanto alla storia. Appartiene anche al futuro.
Nelle sue intense pagine del «Pensiero alla morte», scritte come testamento spirituale, Paolo VI contemplava il mondo con uno sguardo insieme realistico e riconoscente, fino ad affermare che «tutto è dono» e che dietro la storia si manifesta l’Amore di Dio. Non è soltanto la conclusione di una vita, ma una consegna. Ed è forse questa la ragione più profonda per cui, a quasi mezzo secolo dalla sua morte, la sua voce continua a risuonare con inattesa freschezza nel magistero della Chiesa.



