Venerato, studiato. A volte (purtroppo) banalizzato. Di certo portatore di un messaggio dirompente, esempio di fede, coerenza spirituale, coraggio. A 800 anni dalla sua morte (avvenuta il 3 ottobre del 1226) San Francesco d’Assisi resta emblema di un culto dicotomicamente antico e attuale. La «sua» chiesa, povera, «sociale» verrebbe da azzardare, declina azioni, atteggiamenti, speranze che albergano, pur a fatica, nel mondo di oggi. Di San Francesco abbiamo parlato con il professor Nicolangelo D’Acunto, ordinario di Storia medievale all’Università Cattolica di Milano e Brescia.
Professor D’Acunto, a 800 anni della morte cosa rimane del pensiero di San Francesco?
«Una società secolarizzata come la nostra rende complesso attualizzare l’eredità di San Francesco. Eppure, se guardiamo a come visse la fede, ovvero un sentimento da condividere senza imporlo a nessuno, troviamo un messaggio dirompente: Francesco fu l’antitesi dell’apparire, dell’autoaffermazione dell’io. Il rapporto con Dio diventa orizzontale, anche e soprattutto nel superamento della dimensione individuale. Applicato alla società odierna, è ancora un concetto rivoluzionario».
Eppure capita di vederne semplificata la figura, citando solo gli aspetti più folkloristici del suo percorso spirituale, come la predica agli uccelli o l’incontro con il lupo...
«Abbiamo di fronte una personalità con diversi livelli di interpretazione, capace di mettere d’accordo gli intellettuali e le persone più semplici. La sua profondità di pensiero riverbera sull’umiltà dei suoi costumi e dei suoi gesti. Umili sì, ma potentissimi. Per questo ognuno può trovare un punto di contatto con lui, che fu un formidabile comunicatore. Potremmo definirlo, se mi si passa l’ardito paragone, un esperto di marketing, un soggetto capace di toccare le masse, pronto a rischiare in prima persona senza preoccuparsi delle opinioni altrui. Che è poi l’esatto opposto di quello che succede oggi. Non è un caso che, nel 1221, riuscì a radunare cinquemila frati ad Assisi. Un dato prodigioso, sintomo di una capacità incredibile di fare proseliti».
Torniamo al periodo in cui San Francesco definì la propria Regola: all’alba del 1200 la Chiesa di Roma attraversava un periodo di forti tensioni, anche a causa dei movimenti pauperistici che invocavano un ritorno alle origini del messaggio evangelico: come si inserì la regola francescana in questo contesto?
«Per San Francesco il Papa e la chiesa di Roma non furono mai nemici, né totem da abbattere nel nome di un rinnovamento spirituale. Pensava altresì che il Pontefice fosse il garante della spiritualità quindi si mosse sempre nell’alveo della chiesa, non vi si oppose mai. Il suo pensiero rifuggiva ogni assolutizzazione, non era impositivo».
Secondo lei il fatto che la Regola francescana sia stata aggiornata più volte, fino ad arrivare – nel 1223 – alla Regola Bollata, è il segno di un tormento interiore?
«La Regola esplicita esperienze spirituali che dovevano essere rese riproducibili e tramandabili. Francesco non era un ingenuo e aveva in mente un disegno chiaro: quello da lui fondato è un ordine su misura, che ancora oggi si deve confrontare con la fedeltà a Francesco e con i suoi rapporti con Cristo, le istituzioni ecclesiastiche, la ricchezza».
La portata dell’insegnamento francescano ne mette spesso in ombra l’importanza a livello linguistico: il Cantico delle creature è il più antico, o uno dei più antichi, componimenti in lingua volgare. Cosa rappresenta quel testo?
«Nel Cantico si concretizza una fulminante intuizione: la necessità di utilizzare una lingua compresa da tutti per parlare di Dio in un territorio contrassegnato da mille dialetti. Questa scelta consentì un’ampia diffusione del pensiero francescano. Se il latino era la lingua che ammantava di mistero la fede e le sue verità, il volgare la rese accessibile alle persone».
Esiste qualche aspetto di San Francesco che non sia stato ancora sviscerato?
«Oggettivamente è stato studiato, analizzato e sminuzzato così tante volte che la tentazione sarebbe quella di rispondere di no. Ma ogni epoca lo può leggere sulla base dei propri bisogni. Il pensiero ecologista, l’afflato alla pace, l’invito al dialogo interreligioso. Un sincretismo all’ennesima potenza, la cui pietra angolare era la minorità: nel mondo di oggi, avvilito dalla prepotenza e dalla corsa all’apparire, San Francesco ci invita ad essere i più piccoli tra i piccoli, a non edulcorare in alcun modo la propria vita. Una professio humilitatis che si fa via privilegiata per esprimersi ai massimi livelli. In ogni aspetto della sua vita invitava a perdere l’ossessione di sé: pochi messaggi hanno avuto un potere liberatorio così grande».




