Quando l’Ayatollah Khomeini trasformò la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana del 1979 nel simbolo fondativo della Repubblica Islamica, l’antiamericanismo cessò di essere soltanto una postura diplomatica e divenne parte dell’identità del regime iraniano.
Da allora, ogni negoziato con la Casa Bianca, dalle trattative più riservate dell’era Reagan ai canali aperti sotto Obama, ha rappresentato per Teheran un dilemma esistenziale: il paradosso di una rivoluzione nata in chiave anti-statunitense che si trova a misurare la propria sopravvivenza sul terreno del compromesso con Washington. Anche negli Usa quella ferita storica non si è mai del tutto rimarginata. Il 6 ottobre 1980, nel pieno della crisi, un giovane Donald Trump definì «assolutamente ridicolo» tollerare l’umiliazione subita e, incalzato dalla giornalista su un possibile intervento, si disse favorevole a un’azione militare per liberare gli ostaggi.
JUST NOW: President Trump has just fired back at critics!! 👊
— Donald J Trump Posts TruthSocial (@TruthTrumpPost) May 24, 2026
Revealing that this deal, if reached with Iran, would be the “exact opposite” of the failed 2015 Obama agreement.
Previous administration which infamously handed Tehran billions in cold hard cash. It's worth noting… pic.twitter.com/RpXPP48uhS
L’intervista mostra come la percezione trumpiana dell’Iran non nasca dalle crisi recenti, ma affondi nel trauma geopolitico del 1979-1980. In tale prospettiva, il possibile accordo tra Washington e Teheran non è solo un negoziato sul nucleare, ma il punto d’incontro tra due memorie storiche inconciliabili: da una parte la rivoluzione nata dalla sfida all’America; dall’altra una tradizione politica che legge ancora il 1979 come un’umiliazione, simbolo della perdita di deterrenza e prestigio globale degli Stati Uniti.
Proprio perché radicata in questo scontro identitario la posta in gioco supera il tecnicismo di centrifughe, uranio arricchito e ispezioni internazionali: sul tavolo ci sono la sopravvivenza del regime teocratico e l’urgenza di evitare che il Medio Oriente precipiti in una nuova spirale fuori controllo. L’Iran arriva al negoziato gravato da crisi sistemiche. L’economia è logorata da anni di sanzioni, inflazione e isolamento finanziario. Le proteste interne hanno eroso parte della legittimità sociale del sistema e la pressione militare regionale ha dimostrato che la profondità costruita attraverso l’Asse della Resistenza non garantisce più deterrenza assoluta. Anche l’America ha cambiato priorità.
Le richieste americane mirano soprattutto a congelare la capacità iraniana di raggiungere rapidamente la soglia nucleare militare, ma l’obiettivo immediato è contenere l’escalation regionale prima che si trasformi in confronto diretto e shock energetico globale. L’accordo in discussione appare dunque più vicino a una tregua strategica che a una normalizzazione diplomatica. Nella stessa logica si muovono gli Stati del Golfo: dopo mesi di attacchi e minacce, le monarchie arabe hanno spinto Trump a privilegiare la diplomazia e a finalizzare un’intesa capace di stabilizzare il traffico energetico. Ma proprio questa impostazione, orientata alla stabilizzazione immediata più che a una soluzione definitiva del problema iraniano, apre la frattura con Netanyahu.
Se la Casa Bianca mira a una pragmatica de-escalation, il premier considera insufficiente qualsiasi intesa che non smantelli l’infrastruttura atomica di Teheran. Per Gerusalemme, il timore non è solo la bomba in sé, ma che un allentamento delle sanzioni permetta alla Repubblica Islamica di rigenerare l’economia, rifinanziare le milizie ostili e consolidare una capacità nucleare latente. È la lezione tratta dall’accordo nucleare del 2015: un regime riammesso nei circuiti economici globali, ma ancora dotato di un apparato militare e nucleare intatto, resta nel lungo periodo un rischio non gestibile. Le indiscrezioni su sollecitazioni americane affinché Israele non ostacoli il negoziato svelano così una faglia profonda: da una parte la logica Usa della stabilizzazione immediata, dall’altra l’imperativo israeliano del contenimento permanente. Il punto più fragile resta però interno all’Iran.

Per una parte dei Pasdaran, quell’intesa, attuata nel 2016 e abbandonata da Trump nel 2018, mostra che Washington può revocare un impegno quando cambia il quadro politico. Da qui la resistenza verso concessioni irreversibili in cambio di garanzie temporanee. Ma la stessa lezione può indurre anche a un calcolo diverso: se controllato dall’apparato di sicurezza e presentato come una vittoria della resistenza, un nuovo compromesso offrirebbe ossigeno economico, tempo politico e una possibile attenuazione del malcontento sociale.
L’Iran deve dunque risolvere una contraddizione che nessun negoziato può cancellare: trattare con il nemico storico senza apparire sconfitta; accettare vincoli senza negare la propria mitologia rivoluzionaria; ottenere benefici economici senza perdere il controllo politico del processo. La storia delle relazioni internazionali insegna che gli accordi più stabili non nascono dalla fiducia, ma dalla consapevolezza condivisa che il costo della guerra sia diventato superiore al costo del compromesso.




