Novembre 1956, Port Said, Egitto. Il cielo è costellato da tante meduse galleggianti che vorticano velocemente verso il suolo. Un paracadute bianco si staglia contro il cielo blu, si gonfia, la corda si tende e l’uomo inizia ad osservare dall’alto quella lunga lingua di acqua, frutto dell’ingegno dell’uomo ma anche fonte di ricchezza e dissidi e guerre: il canale di Suez. L’uomo osserva attorno a sé altri paracadutisti britannici e francesi e, mentre si avvicina al suolo, tiene stretta l’impugnatura della pistola.
La crisi di Suez del 1956 fu uno scontro militare e diplomatico cruciale che ebbe conseguenze di vasta portata per la Gran Bretagna, la Francia e l'ordine internazionale. La crisi ebbe inizio quando il 26 luglio 1956 il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, in un discorso ad Alessandria d’Egitto, proclamò, davanti ad una folla esultante, la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez, il simbolo dell’impero britannico nel Medio Oriente, controllata fino a quell’anno da Francia e Regno Unito. L’azione fu motivata dalla ricerca di fondi per la diga di Assuan, allo scopo di estendere la terra coltivabile e produrre energia elettrica. Per realizzare l’opera, Nasser aveva chiesto dei prestiti agli Usa ed al Regno Unito, che inizialmente si erano dichiarati disponibili. Nel 1955, tuttavia, i due Paesi ritirarono l’appoggio economico a causa del comportamento di Nasser che aveva stretto rapporti con l’Unione Sovietica per l'acquisto di armamenti. Di fronte alla nazionalizzazione del Canale, Il governo inglese di Anthony Eden reagì duramente concordando, con Francia e Israele un intervento militare, dettagliato nel cosiddetto protocollo di Sèvres. Nei sette punti dell’accordo, Israele, da lungo tempo in contrasto con l’Egitto, avrebbe invaso la penisola del Sinai, puntando verso il Canale di Suez. Questo avrebbe creato un pretesto di «instabilità» nella zona. Londra e Parigi sarebbero intervenuti come «forze di interposizione» per proteggere la navigazione nel Canale, intimando a entrambi i contendenti (Israele ed Egitto) di ritirarsi a 16 km dalle rive dello stesso. A quel punto, di fronte ad un diniego da parte de Il Cairo, gli anglo-francesi avrebbero lanciato l'Operazione Musketeer: un attacco militare per occupare la zona del Canale e rovesciare il governo egiziano.
L'occasione del protocollo consentì a Israele di ottenere il permesso per costruire il centro di ricerca nucleare nel Negev. Non appena iniziarono i bombardamenti anglo-francesi (31 ottobre 1956), Nasser diede l'ordine di bloccare il Canale di Suez, affondando una quarantina di navi egiziane. La strategia fu quella di colpire l'economia europea nel suo punto più vulnerabile: l'approvvigionamento energetico. In un colpo solo, il 66% del petrolio destinato all'Europa rimase bloccato. La rotta del Golfo Persico fu interrotta fino all'aprile del 1957, quando le Nazioni Unite completarono le operazioni di bonifica. Il quadro politico era oltremodo instabile: gli Stati Uniti, che non erano stati informati dell’iniziativa franco-inglese non potevano appoggiare l’iniziativa anche perché, in quei giorni l’Unione Sovietica stava entrando con le proprie armate in l’Ungheria per sedare le rivolte: accettare l’intervento anglo-francese voleva dire non potersi opporre a quello sovietico.

La strategia per poi portare a migliori miti consigli la Gran Bretagna fu, di fatto, economica. Londra infatti aveva un debito pubblico molto alto, pari al 130%, ed il suo PIL era solo il 3,5% di quelli globale (così come pura la Francia), mentre la ricchezza degli Stati Uniti era già pari a circa un terzo di quella mondiale, a fronte di un debito su Pil basso (42% circa). La Banca d'Inghilterra aveva perso 45 milioni di dollari tra il 30 ottobre e il 2 novembre, e l'approvvigionamento petrolifero britannico era stato limitato dalla chiusura del Canale di Suez: gli inglesi chiesero assistenza immediata al Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Gli Stati Uniti si opposero all’aiuto da parte del Fmi e Eisenhower ordinò al suo segretario del Tesoro, di prepararsi a vendere parte delle obbligazioni in sterline detenute dal governo Usa: la svalutazione della sterlina che ne sarebbe derivata, avrebbe messo in ginocchio i britannici, limitando la loro capacità di importare sufficienti forniture di cibo ed energia. Di fronte a queste minacce, Londra capitolò e il 5 novembre l’Onu deliberò un cessate il fuoco tra Egitto e Israele, approvando l’invio di una forza di pace: mentre Israele lasciava il Sinai, la striscia di Gaza e Sharm al-Shayck, gli inglesi e i francesi si ritirarono dalla zona del Canale. Un'amara ironia accentua un ulteriore parallelismo: solo tre anni prima, nel 1953, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano orchestrato il colpo di stato (operazione Ajax) che rovesciò il primo ministro iraniano Mohammad Mosadegh, dopo che questi aveva nazionalizzato la compagnia petrolifera anglo-iraniana (quella che poi diverrà BP). Alcuni storici ritengono che la crisi di Suez del 1956 rappresentò uno spartiacque nella storia del Medio Oriente e nella storia delle relazioni internazionali: decretò il tramonto quasi definitivo della Francia e dell'Inghilterra come potenze coloniali e della centralità europea nei conflitti e nelle dispute internazionali a favore di un nuovo bipolarismo che si muoveva sull'asse Mosca/Washington.
I magnifici otto
Troviamo nella attuale odierna guerra Usa-Israele vs Iran molte assonanze con il passato a cominciare dal problema relativo al Canale di Suez che può essere confrontato con la chiusura dello stretto di Hormuz o, vedremo a breve, con l’incertezza relativa allo stretto di Bab el-Mandeb: stiamo parlando dei choke points, citati nel documento National Security Strategy pubblicato dagli Stati Uniti nel novembre 2025. In particolare, dichiarano esplicitamente di voler “impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente e le sue forniture di petrolio e gas e i colli di bottiglia (choke points) attraverso i quali essi transitano».
Oggi l’80-90% del commercio globale si svolge via mare, grazie a circa 100.000 grandi navi da carico. Le rotte delle navi non sono però né infinite né libere: infatti passano per alcuni punti obbligati, che assumono, come in passato, un’enorme importanza geopolitica. Questi colli di bottiglia sono fondamentali per gestire il commercio mondiale e sono importanti sin dalla notte dei tempi. Per esempio, la causa più accreditata della guerra di Ilion tra troiani e micenei, che viene raccontata nell’Iliade di Omero e poi in parte nell’Odissea e nell’Eneide, con il mito del famoso cavallo, fu il controllo dei Dardanelli per ottenere il monopolio del commercio tra il mar Nero e l’Egeo. I choke points implicano costi nei processi economici che, a loro volta, impattano sui processi di sviluppo e sulla transizione. I più importanti sono otto: il Canale di Panama, che taglia in due l’America centrale; lo Stretto di Malacca, nel sud est asiatico; lo Stretto di Gibilterra, tra il Mar Mediterraneo e l’oceano Atlantico; l’accoppiata Bosforo e Dardanelli, che permette il collegamento tra Mediterraneo e Mar Nero; il Capo di Buona Speranza, sulla punta meridionale dell’Africa, il Canale di Suez, che collega il Mediterraneo con il Mar Rosso ed infine i due più importanti per la guerra di questi giorni: lo Stretto di Hormuz, fra Golfo Persico e Golfo di Oman e lo Stretto di Bab el-Mandeb, che significa «Porta delle lacrime» o «Porta del lamento funebre» in arabo, da «bab», cioè «porta» e «mandeb», «lamento».
Lo stretto di Hormuz è stato bloccato in questi giorni da parte dell’Iran come risposta all’attacco israelo-statunitense. Nel punto più stretto copre solo 33 km: una striscia di mare conteso tra la costa meridionale dell’Iran e la punta della penisola omanita. Attraverso quel corridoio transita circa il 20% del consumo giornaliero mondiale di petrolio — intorno a 20 milioni di barili al giorno — insieme a una quota compresa tra il 20 e il 30% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. Non solo. Il 30% dell’approvvigionamento globale di elio proviene dal Qatar e dipende dalla produzione di gas naturale liquefatto (gnl), di cui l’elio è un sottoprodotto. L’elio è essenziale per l’industria dei semi-conduttori, ma anche per la diagnostica per immagini. Lo stesso vale per i concimi azotati e le materie prime per produrre concimi fosfatici, tutti dipendenti dal gas naturale fossile. Si tratta di flussi solo parzialmente intercambiabili. Bloccare questo traffico comporta inesorabilmente un impatto sui prezzi del petrolio, del gas e dei loro derivati. Ma non solo. L’interruzione delle catene di approvvigionamento minacciano, nel medio periodo, la sicurezza alimentare mondiale.
L’impatto sui prezzi
Ma procediamo per gradi. L’argomento è molto complesso. Con l’attacco all’Iran il clima geopolitico è diventato molto più incerto, spingendo il mercato ad una riduzione degli indici di borsa ed a un incremento e volatilità dei prezzi del petrolio e del gas. Gli assicuratori comunicano immediatamente la cancellazione delle polizze per le navi che transitano nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, con aumenti dei premi fino al 50%. Sebbene poi non ci sia una data precisa di «chiusura», dal 4 marzo 2026 il traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz si è praticamente fermato a causa degli attacchi iraniani. Successivamente Israele ha colpito il giacimento di gas South Pars dell'Iran, e il 19 marzo l'Iran ha colpito con un missile balistico il complesso di Ras Laffan in Qatar, sede del più grande impianto gnl (Gas Naturale Liquefatto) del mondo, causando un ingente danno alla produzione (si parla di anni di lavori per ripristinare la produzione a pieno regime). Dal 28 ottobre a oggi il prezzo del Brent (il prezzo di riferimento europeo) è aumentato da circa 71 dollari al barile a oltre 109 dollari. Nello stesso lasso temporale il Wti (West Texas Intermediate, prezzo di riferimento americano) è passato da 65 a 101 dollari. È interessante notare che la forbice tra i due prezzi è aumentata da 2 a circa 8 dollari, mostrando un incremento dell’incertezza generalizzato ma in particolare in Europa.
È opportuno anche sottolineare come ci siano molti tipi di petrolio, con caratteristiche e prezzi differenti. Con la chiusura del choke point di Hormuz, i principali importatori hanno dovuto cercare dei sostituti da altre fonti. Gli acquirenti in cerca di alternative al petrolio greggio del Golfo hanno dovuto pagare molto più del solito per il trasporto delle merci a causa dell'aumento della domanda di petroliere, delle rotte più lunghe e dell'impennata dei prezzi del carburante per le navi.
Con il progredire della guerra, la differenza tra i prezzi quotati sui benchmark petroliferi più utilizzati, come il Brent e il WTI statunitense, e i prezzi pagati per le consegne fisiche si è fatta più marcata. Così, sebbene i prezzi di riferimento siano Brent e WTI, si hanno, come possiamo immaginare, prezzi differenti alla consegna. Nel frattempo, la domanda di petrolio con caratteristiche simili a quelle prodotte nel Golfo è aumentata vertiginosamente, poiché le raffinerie hanno cercato sostituti per il petrolio mediorientale. Secondo i dati di Argus, che monitora alcuni di questi prezzi sin dagli anni '90, i prezzi di alcune qualità di petrolio prodotte in Norvegia, Algeria, Libia e Kazakistan hanno raggiunto livelli record rispetto al greggio del Mare del Nord. Come ha affermato Ivan Mathews, responsabile dell'analisi per l'area Asia-Pacifico presso la società di dati energetici Vortexa: «La crisi di Hormuz ha un impatto soprattutto sui flussi di greggio medio-acido verso l'Asia e le opzioni per compensare questi flussi sono molto limitate». Questi colli di bottiglia implicano un disallineamento tra il mercato cartaceo dei prezzi ed il mercato fisico, non permettendo, de facto, al prezzo di riferimento di funzionare come un segnale efficiente per l’economia.
Chi paga il conto
Sul fronte delle risorse gli Stati Uniti sono, in questo momento storico, sufficientemente autosufficienti, grazie allo shale oil e gas che hanno permesso l’incremento della produzione di petrolio dai 4 milioni di barili al giorno del settembre 2008 (crollati dopo il picco del 1971 quando si estraevano 10milioni di b/g) ai 13,5 milioni di barili al giorno (b/g) del dicembre 2025. Anche per quello che riguarda il gas, gli Usa sono il principale produttore globale con circa 1000 miliardi di m3 annui, pari a un quarto della produzione globale totale, seguiti da Russia (circa il 16% del totale), Iran (circa 7%), Cina (6%), Canada (5%) e Qatar (5%).
L’impatto immediato sembra esser indirizzato nei confronti dei Paesi asiatici e, in una minor percentuale, nei confronti dell’Europa. I principali importatori dal Qatar sono la Cina, con 25,1 mld di m3, il medio Oriente (22 mld m3), India (15,1), Corea del Sud (12,1), altri Paesi di Asia e Oceania (10), Pakistan (9,3), Taiwan (7,7), Italia (6,5). Sul fronte europeo, solo 12 mld m3 (pari al 3,8% del totale) provengono dal Qatar. La gran parte del gas arriva dalla Norvegia (97,2 mld m3, pari al 31,1% del totale), poi gli Usa coprono circa un quarto delle importazioni (79,4, 25,4%), a seguire c’è ancora un 13% che arriva dalla Russia, con 40,9 mld m3. Il Nord Africa copre il 12,7%, il Regno Unito il 4,3%, e l’Azerbaijan il 4%. Sul fronte delle quantità l’Europa non sembra in difficoltà nel breve-medio periodo. Gli stoccaggi della Germania sono al 22%, quelli dell’Italia a un buon 44%. La primavera e l’estate sono le due stagioni in cui si riempiono le riserve.

Se i prezzi dovessero rimanere alti per il prolungarsi della guerra, in effetti potrebbe diventare molto costoso il rifornimento, specie per la Germania che ha ridotto le importazioni dalla Russia dopo il 2022 e ha maggior difficoltà a trovare sostituti. Tuttavia i problemi più grossi per quello che riguarda l’approvvigionamento sono più per i Paesi asiatici, la Cina e il Giappone. Molti Paesi asiatici poveri di petrolio e gas hanno già imposto misure per evitare carenze, come la settimana lavorativa di quattro giorni. La Cina ricava il 30% del suo gnl dal Golfo Persico, ma possiede anche una certa produzione interna di gas e può, se necessario, passare alla produzione di energia elettrica tramite centrali a carbone, nonostante i prezzi più che raddoppiati dall’inizio del conflitto.
L’alternativa Bab el-Mandeb
Ma ci sono dei modi per evitare di rimanere imbottigliati nello stretto? Una alternativa, seppur parziale, ci sarebbe. E qui entra in gioco il secondo choke point: lo stretto di Bab el-Mandeb. La piccola strozzatura separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica e costituisce l’ingresso meridionale del Mar Rosso dal Golfo di Aden e dall’Oceano Indiano. Sul lato ovest dello stretto si trovano Eritrea e Gibuti, mentre lungo il lato orientale si affaccia lo Yemen. È diventato uno stretto rischioso a fine 2023 a causa degli attacchi degli Houthi yemeniti, amici di Hamas e dell’Iran come risposta ai bombardamenti su Gaza post 7 ottobre. A novembre, dopo due anni, hanno annunciato una sospensione temporanea, legata alla tregua di Gaza ma potrebbero riprendere le ostilità. Molte megapetroliere, capaci di portare in pancia fino a 2 milioni di barili (il 2% del consumo giornaliero ed il 10% delle esportazioni del golfo), per ovviare al blocco di Hormuz si sono dirette verso la città portuale di Yanbu: il punto d’arrivo della East-West Pipeline, una condotta gigantesca che attraversa il deserto arabico partendo dai pozzi dell’Est. L’Arabia Saudita vi può far confluire fino a 7 milioni di barili al giorno, con una capacità di carico di 4. È solo una parte dei 20 milioni bloccati presso lo stretto, ma è una valvola di sfogo. Tuttavia, per accedervi dall’Asia, bisogna passare per la Porta delle lacrime. L’alternativa sarebbe passare dal Canale di Suez, ma con un incremento notevole di tempi e costi.
I choke points sono quindi un elemento cruciale per l’economia globale e per il conflitto in corso. La strategia dell’Iran, sembra essere quella di resistere il più a lungo possibile, creando tensione sui prezzi globali, attraverso i colli di bottiglia che è in grado di controllare. Tutto questo potrebbe portare, come nel 1956, a «miti consigli» Usa e Israele. Se Donald Trump aveva in mente una strategia simile a quella del 1953 in Iran, la risposta da parte di Teheran è invece quella cercare di imbrigliare gli Usa nelle vesti dell’Inghilterra del 1956. Sarà quindi importante vedere gli aspetti finanziari. Di questo ci occuperemo nel prossimo articolo, ambientato a New York il 15 settembre del 2008.




