«Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante», così scriveva il poeta greco Kostantinos Kavafis agli inizi del secolo scorso. Due lustri sono passati dal referendum sulla Brexit, e una parte crescente del Regno Unito torna a guardare all’Europa come alla propria Itaca. Secondo un recente sondaggio britannico (Savanta-ITV), l’83 per cento dei giovani tra i 16 e i 25 anni voterebbe per rientrare nell’Ue qualora fosse indetto un nuovo referendum.
È, dunque, schiacciante il sostegno a una maggiore integrazione europea di quanti non avevano l’età per partecipare a quel voto del 2016. Si tratta dell’ultimo sondaggio, a conferma di precedenti del medesimo tenore. Le buone ragioni abbondano, è una questione di prospettive economiche. In effetti, secondo l’Office for Budget Responsibility (Obr), l’organismo governativo per le previsioni fiscali, le regole commerciali post-Brexit, stanno riducendo la produttività britannica (sino a un 4 per cento nel lungo periodo) rispetto allo scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell’Ue.
Non è tanto questione di dazi, tuttora vicini allo zero, ma dei costi delle barriere non tariffarie (controlli doganali, regole d’origine, ecc.). Ossia della burocrazia. In effetti, molte piccole imprese hanno rinunciato a esportare verso il mercato unico, proprio per via dei costi amministrativi, troppo elevati rispetto ai margini di profitto. Ci pensi bene, sia detto per inciso, chi da noi vede in Bruxelles solo un «gigante burocratico».
Quanta burocrazia, piuttosto, ci risparmia! Così, la differenza tra essere e non essere nel mercato unico, tra il 2019 e il 2025, è costata al Regno Unito il 25 per cento dell’export verso l’Ue, dati Eurostat. In soldoni fa 50 miliardi di euro. In definitiva, e sempre secondo l’Obr, la Brexit costa al Regno Unito dai 2,3 ai 4,6 miliardi di sterline a settimana. Dicesi settimana.
Anche altri istituti e centri di ricerca hanno raggiunto conclusioni simili, o addirittura peggiori. Il dibattito, ora, non è più sul se vi sia stato un costo nella Brexit, ma a quanto esso ammonti. Così, sotto la pressione di tal mole di sondaggi pro-Ue e risultati economici negativi, negli scorsi giorni, e succede per la prima volta, un membro del governo, Spencer Livermore, sottosegretario al Tesoro, se ne è uscito, intervenendo alla Camera dei Lord, col proporre il rientro nell’Ue. «Dovremmo rientrare nell’Unione europea? Beh, certo, secondo la mia opinione personale si tratta di un’inevitabilità». Livermore non è il solo nel Labour britannico a pensarla di tal fatta. Nel partito le opinioni pro-return proliferano.
The 2016 Brexit vote was supposed to change Britain. Ten years later, it has created our current nationalist age and changed the world, John Micklethwait and Adrian Wooldridge write. https://t.co/QS0ZFx9K2G
— Bloomberg (@business) May 31, 2026
In realtà, almeno nell’immediato, la prospettiva è quella di un reset. Di una ridefinizione dei rapporti con l’Ue. In cosa consiste? Innanzitutto, qualcosa è già stato fatto: il rientro nel programma Erasmus dal prossimo anno. Per il resto, in primis, e qui torna l’aspetto commerciale, si studia come ridurre la burocrazia doganale. Sono stati avviati alcuni progetti, ma sinora con risultati modesti.
Tuttavia, è nel settore sanitario e fitosanitario dove si sono registrati progressi significativi. In sostanza l’obiettivo è creare un’area quasi comune per: alimenti, piante, animali, e prodotti agricoli. Ancora, si stanno negoziando più stretti accordi per sicurezza, difesa e intelligence, nonché energia. Il pieno rientro non è per l’oggi, anche perché il Regno Unito dovrebbe rinunciare ai vari trattamenti speciali di cui godeva, tra sconti sulla politica agricola e vari «opting out», euro incluso. Sarebbe un membro come tutti gli altri, non speciale.
Dovrà essere una meta cui tendere, un «pensiero costante» come il ritorno a Itaca. Chissà se un giorno un qualche Ulisse britannico tornerà, per dirla con il Foscolo, a baciare «la sua petrosa Itaca».




