Politica

Fabbrini: «Nessuno vuole più uscire dall’Ue: la sfida è al suo interno»

Il professore emerito di Relazioni internazionali alla Luiss terrà oggi al San Barnaba una lezione dal titolo «L’Europa e la sfida dei nazionalismi»
Il premier ungherese Viktor Orbán - Foto Epa/Olivier Matthys © www.giornaledibrescia.it
Il premier ungherese Viktor Orbán - Foto Epa/Olivier Matthys © www.giornaledibrescia.it
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La sfida dei sovranismi è il tema al centro dell’incontro conclusivo dei pomeriggi di San Barnaba (appuntamento nell’omonimo auditorium di corso Magenta dalle 18 con ingresso gratuito). Protagonista dell’appuntamento Sergio Fabbrini, professore emerito di Relazioni internazionali alla Luiss e commentatore de «Il Sole 24 Ore» che terrà una lezione dal titolo «L’Europa e la sfida dei nazionalismi».

Professor Fabbrini, il tema dell’incontro è quello dei nazionalismi. Lei ha appena pubblicato un libro sul “nazionalismo 2.0”. L’Europa si trova in un momento critico, sia sul piano internazionale sia interno: può spiegare qual è oggi la sfida nazionalista all’Unione?

«Partirei da una definizione di nazionalismo nella storia europea del secondo dopoguerra. Il nazionalismo è stato alimentato da forze politiche che ritenevano l’integrazione europea un processo innaturale e sbagliato. È un sentimento di appartenenza che può avere caratteristiche civiche oppure etniche. In ogni caso, sia le forze che sostenevano una visione civica – come in Inghilterra – sia quelle che sostenevano una visione etnica, diffuse in molti Paesi dell’Europa continentale, erano contrarie all’integrazione europea. Eppure il processo di integrazione nasce proprio per superare il nazionalismo, per “ingabbiarlo”, dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale: oltre 70 milioni di morti e 6 milioni di ebrei sterminati. Le leadership europee capirono che il semplice equilibrio di potenza non bastava più. Per molti anni i nazionalisti sono rimasti marginali. Ma nel 2016, con il referendum britannico, vincono».

Dopo Brexit si parlava di Italexit, Frexit, eccetera. Perché questo non è accaduto?

«Perché l’esperienza del Regno Unito è stata così negativa – economicamente, socialmente, culturalmente e politicamente – da rendere i nazionalisti molto più prudenti. Dopo Brexit nessuno propone più seriamente l’uscita dall’Unione europea. Ed è qui che si produce una trasformazione: nasce quello che chiamo “sovranismo”. Il sovranismo è un nazionalismo che resta dentro l’Unione europea, ma vuole piegare l’integrazione agli interessi degli Stati nazionali. Questa distinzione è cruciale: oggi l’avversario dell’integrazione non è esterno, ma interno. Ed è molto più difficile da affrontare. Un esempio evidente è l’Ungheria di Viktor Orbán, che riesce a bloccare decisioni strategiche dell’Unione».

L’Ungheria è ormai capofila di un gruppo di Paesi: Slovacchia, Repubblica Ceca, e forse anche la Slovenia. Orbán è diventato il punto di riferimento dei sovranisti?

«Sì, Orbán è il rappresentante più coerente e strutturato del sovranismo. Ha una vera teoria politica. Secondo lui, il modello occidentale di democrazia liberale ha prodotto il declino dei valori tradizionali e una società multiculturale. La sua proposta è un ritorno a una democrazia “illiberale”, fondata su un’identità etnica – nel suo caso magiara, bianca e cristiana – che domina il processo politico. È una visione che richiama modelli che hanno prodotto gravi conseguenze negli anni Venti e Trenta del Novecento».

Anche a livello europeo le destre sono articolate in più gruppi e “sfumature”. Tuttavia, nel complesso, il fenomeno cresce.

«Esatto. Il nazionalismo indipendentista è stato sconfitto, ma il nazionalismo sovranista è cresciuto molto. È cresciuto anche grazie ai benefici dell’integrazione europea: molti di questi Paesi ricevono finanziamenti europei. Le cause sono profonde: la globalizzazione ha prodotto grandi benefici – ha sollevato milioni di persone dalla povertà – ma ha anche generato disoccupazione e declino in alcune aree occidentali. A questo si aggiungono cambiamenti culturali importanti – diritti delle donne, diritti delle minoranze – che però non sono stati accompagnati da una cultura dei doveri. Le élite favorevoli all’apertura non sono riuscite a governare questi processi, e si sono create società frammentate. In questo contesto, il nazionalismo riemerge come risposta alla paura».

Come si può battere il sovranismo?

«Non esiste una risposta semplice. Intanto bisogna capire che i sovranisti hanno obiettivi comuni. Sono contrari al sovranazionalismo europeo (Commissione, Corte di giustizia, Parlamento); vogliono un’Europa intergovernativa; mettono in discussione la democrazia liberale, cioè un sistema basato su regole e vincoli. Trump è l’esempio più evidente: rifiuta vincoli interni ed esterni, rompe le regole della cooperazione internazionale. Siamo quindi di fronte a una sfida esistenziale: un mondo senza regole oppure un mondo con nuove regole».

Il presidente americano Donald Trump - Foto Epa/Will Oliver © www.giornaledibrescia.it
Il presidente americano Donald Trump - Foto Epa/Will Oliver © www.giornaledibrescia.it

Eppure ci sono casi in cui i partiti europeisti vincono: Olanda, Portogallo…

«Sì, e questo dimostra che le nostre società sono profondamente polarizzate. Da un lato crescono i sovranisti, dall’altro esiste una parte altrettanto forte di cittadini, imprese e istituzioni che sanno che fuori dall’Europa non c’è futuro. Il caso più emblematico è la Polonia: ha beneficiato enormemente dell’integrazione europea; ha governato a lungo con un partito nazionalista; poi è tornata a un governo centrista europeista con Donald Tusk; ma ha rieletto un presidente legato alla destra. Questo mostra una tensione interna molto forte. Lo stesso vale per l’Italia».

Come si esce da questa polarizzazione?

«Ci sono due strategie possibili. La prima è attendista: aspettare che cambi il clima politico e poi avanzare nell’integrazione. La seconda è opposta: solo facendo un passo avanti deciso – ad esempio sulla difesa europea – si può uscire dallo stallo. Io ritengo più realistica la seconda. Ma per attuarla servono leader».

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it

E oggi questi leader non ci sono?

«Sono molto deboli. La figura che dovrebbe esercitare leadership è il Presidente della Commissione europea. Tuttavia Ursula von der Leyen non ha svolto questo ruolo come, ad esempio, Romano Prodi. Ha centralizzato il potere nella Commissione, ma senza sviluppare una vera visione europea. Sui grandi temi – difesa, sicurezza, politica internazionale – la Commissione non è riuscita a rappresentare un interesse europeo autonomo. Se al suo posto ci fosse stato un leader come Mario Draghi, con una forte visione europea, le cose sarebbero state diverse. Il problema non è personale, ma politico: manca una visione europea capace di guidare il processo di integrazione».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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