Opinioni

Ko di Starmer e rivincita di Farage in un impaurito Regno Unito

Il tradizionale assetto bipartitico sbaragliato dal Reform Party, in un clima in cui pesano i timori per crisi economica, immigrazione e altre criticità sociali
Lucio Valent

Lucio Valent

Editorialista

Nigel Farage, leader del Reform Party esulta dopo la vittoria alle amministrative - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Nigel Farage, leader del Reform Party esulta dopo la vittoria alle amministrative - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le elezioni amministrative inglesi, svoltesi il 7 maggio, sono terminate come atteso: con una netta sconfitta del Partito laburista dell’attuale Primo Ministro Keir Starmer, e una vittoria altrettanto netta del Reform Uk Party di Nigel Farage.

Le proiezioni che davano i Laburisti perdere circa 1.500 seggi nei vari comuni al voto sono state rispettate, a favore del Reform Party (alla prima elezione amministrativa della sua giovane storia) che ha ottenuto circa 1.400 consiglieri, assurgendo a primo beneficiario del voto. Anche i Conservatori, da tempo in crisi profonda, hanno perso seggi, più di 200, mentre il Green Party ha ottenuto un rilevante sostegno popolare, al pari del Liberal-Democrat Party.

Ciò indica che, al momento, il Regno Unito è passato dall’era della stabilità garantita da un sistema di fatto bi-partitico, dominato da conservatori e laburisti e con i liberal-democratici sempre un passo indietro, a uno più frammentato, pentapartitico con l’aggiunta dei Verdi e dei Reformers.

Ciò nonostante, analisi semplicistiche degli avvenimenti vanno respinte. Molti osservatori, pur dando rilievo alla grave sconfitta laburista, notano come non sia corretto presumere che, poiché il Partito laburista ha subìto il maggior numero di perdite e il Reform Party il maggior numero di guadagni, gli elettori siano passati dal primo al secondo.

A causa del sistema elettorale in vigore nel Regno Unito (first past the post, in altre parole il sistema uninominale secco) e della chiara divisione degli elettori di centro-sinistra, marcata dal passaggio di molti dai Laburisti ai Verdi (compagine di sinistra più radicale) la soglia di vittoria si è abbassata, andando a favore dei candidati del Reform Party. Un esempio? A St. Peter and the Waterfront, un collegio di Plymouth, il Reform Party ha conquistato il seggio con il 29,4%, contro il 28,4% del Labour e il 24,3% del candidato dei Verdi, terzo classificato.

Inoltre, un elevato numero di candidati competitivi può portare a percentuali di vittoria molto basse. In un distretto di Birmingham, sei candidati hanno ottenuto più del 10% dei voti ciascuno, consentendo al candidato verde di vincere con appena il 20% dei voti. È quindi evidente come il calo del Partito laburista sia più dipeso dal successo dei Verdi che di quello del Reform Party.

Piuttosto, è corretto notare come le elezioni del 7 maggio (che, va ribadito, sono state pur sempre amministrative e non politiche) hanno evidenziato quanto da tempo i sondaggi sulle intenzioni di voto alle politiche indicavano: Laburisti e Conservatori sono divenuti impopolari perché da un secolo al governo (seppure in alternanza) e quindi identificati dall’opinione pubblica quali responsabili dei problemi nella vita quotidiana.

Il primo ministro britannico e leader laburista Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro britannico e leader laburista Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La reazione di Starmer è stata di accettare la sconfitta e di promettere un mutamento di linea nelle politiche governative, ma di rifiutare il consiglio, giunto da settori del suo stesso partito, di dimettersi, avendo ricevuto il sostegno di tutti i membri del governo.

Il vero problema, però, è che è molto difficile capire cosa fare per rassicurare un elettorato impaurito da innumerevoli problemi: l’economia stagnante; l’aumento del costo della vita; gli alti tassi di interesse e i costi di indebitamento che potrebbero portare a una crisi dei mutui instabilità finanziaria; un Servizio Sanitario Nazionale (NHS) con persistenti problemi e inefficienze; l’aumento della violenza nelle strade; l’emigrazione inarrestabile; l’impressione che le questioni “culturali” stiano lacerando la società, aumentando l’estremismo sia di destra che di sinistra; l’idea che nel Regno Unito stiano declinando i valori tradizionali e l’identità nazionale; l’aumento dell’instabilità e dei conflitti internazionali sui quali il Regno Unito non ha più alcun controllo come nel passato; l’imprevedibilità della leadership di alleati tradizionali come gli Stati Uniti di Donald Trump.

Ironia della sorte, chi sta guadagnando da questi sentimenti è il Reform Party di Farage, cioè colui che ha avuto un ruolo cruciale nel far nascere almeno alcune di queste paure, portando, con la Brexit, il Regno Unito fuori da un porto sicuro per i suoi membri quale era ed è l’Unione europea.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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