Il ripensamento britannico sulla Brexit e su Trump

Nel Regno Unito è in atto un mutamento di opinione nell’opinione pubblica locale riguardo i rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti che potrebbe avere effetti sulla situazione politica generale del Paese.
I sondaggi condotti in queste settimane mostrano come il 61% degli elettori ritiene che la Brexit sia stata un fallimento per gli errori commessi dal ceto politico nazionale; e come circa il 53% dei cittadini, a distanza di dieci anni dal referendum, sia favorevole al rientro nella Ue (o, almeno, nel mercato unico) per porre rimedio all’impatto provocato dalla Brexit sull’economia nazionale.
I was in the Middle East this week. Here’s why. pic.twitter.com/ZcJR1E4fcb
— Keir Starmer (@Keir_Starmer) April 10, 2026
È una inversione di tendenza rilevante, per quanto il desiderio di Europa trovi quale ostacolo la possibile richiesta europea di «pagare» il rientro con l’adozione dell’euro o, per lo meno, la rinuncia alle precedenti opzioni di recesso (opt-out), come l’esclusione dall’area Schengen, che i vari governi britannici, da John Major in avanti, erano riusciti a ottenere per adattare la legislazione del paese a quella comunitaria. È forse anche per questa ragione che, se il rientro formale nella Ue è popolare, una maggioranza ancora più ampia sarebbe disposta ad accettare una relazione più «mediata», come il rientro nel mercato unico o nell’unione doganale, che non abbia effetti sul futuro della sterlina. I sondaggi, poi, dimostrano come il mutamento di opinione dipenda da una divisione generazionale che si esprime anche nel voto ai partiti: il sostegno al rientro è più forte tra gli elettori più giovani, coloro che hanno votato per rimanere nell’Ue e i sostenitori dei partiti Laburista, Liberal Democratico e Verde.
Queste notizie sono un duro colpo all’immagine di Nigel Farage, che guidò la Brexit nel 2016 e che, con il suo il Reform UK Party, ha tentato di porsi nella scia del messaggio populista di Donald Trump. Di recente, mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto impennare i prezzi della benzina e dei generi alimentari nel paese e in previsione delle elezioni locali che si terranno il 7 maggio in Inghilterra e Galles, Farage si è staccato da Trump, dopo averlo a lungo sostenuto. I sondaggi dicono che l’adesione al Reform Party è calato nelle ultime settimane a causa di un «effetto Trump», la cui immagine negativa è diffusissima in Gran Bretagna, presso oltre l’80% dei cittadini; e il fatto che il Reform Party, che ha superato sia il Partito Laburista che quello Conservatore nei sondaggi nazionali, sia sceso al 21% questo mese (a livello del Partito Laburista), dal 31% dello scorso autunno, è spiegato con i legami di Farage con Trump e la guerra in Iran.
Non a caso il leader del Partito conservatore, Kemi Badenoch, ha difeso il Primo Ministro laburista Keir Starmer, attaccato da Trump per essersi rifiutato di partecipare all’azione contro l’Iran. Dal canto loro, i laburisti stanno provando a sfruttare il momento assumendo toni più audaci nelle critiche alla guerra. Starmer, sempre cauto nel criticare Trump, di recente lo ha rimproverato in televisione, sostenendo che famiglie e aziende del paese devono pagare bollette energetiche più care a causa delle iniziative sue, e di Putin, in giro per il mondo. Una posizione che è in linea con la rivalutazione in atto da qualche mese della politica estera britannica con la decisione, per esempio, di sospendere l’accordo di cessione a Mauritius delle Isole Chagos sulle quali è posta la base aeronavale anglo-statunitense di Diego Garcia.
È perciò possibile dire che, se fino a qualche settimana fa sembrava che la futura tornata elettorale sarebbe stata un trionfo per il Reform Party e una sconfitta clamorosa per i partiti tradizionali, la situazione attuale pare assai più fluida, offrendo prospettive più positive per questi ultimi.
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