In poco più di 12 mesi, Brescia ha visto scomparire dai grandi palcoscenici sportivi sia la storica squadra di calcio, sia l’orgoglio recente dei tifosi, ossia la squadra di basket maschile. Sono due episodi apparentemente non collegati tra di loro, ma che, in realtà, hanno una matrice comune legata alla difficoltà ormai palese non solo nel campo dello sport, di fare squadra e sistema fino in fondo per valorizzare le potenzialità del proprio territorio.
Certamente conosciamo esperienze di successo nella nostra provincia, dove la collaborazione tra soggetti privati e pubblici, o semplicemente tra realtà operanti sul territorio lo presidia efficacemente, generando occasioni di sviluppo. Tendenzialmente, però, Brescia rimane una città ancora lontana dall’aver sposato con sistematicità un approccio strategico orientato alla forte condivisione e alla collaborazione.
Oltre che nel campo sportivo, dove una realtà economicamente importante come la provincia bresciana si trova ad assistere alle mirabolanti performance persino dei vicini bergamaschi, non riuscendo, nel tempo, a consolidare un progetto capace di emularne i risultati, e dove quella che fino a pochi mesi fa era considerata un’eccellenza sportiva è sparita nell’arco di poche ore, va sottolineato come, anche sul fronte imprenditoriale, molte occasioni vengono accantonate per mancanza di cultura e di prassi collaborativa.
Lo sforzo che, ad esempio, le associazioni datoriali portano avanti per generare opportunità condivise è sicuramente meritevole, genera occasioni, ma rimane ancora lontano dal creare i presupposti per un rilancio potente, sistemico dell’economia e della società bresciana. Se pensiamo, ad esempio, al fronte della ricerca e sviluppo, quanto potrebbe generare una progettualità che vedesse le grandi imprese della metalmeccanica e dei settori correlati investire insieme in progetti di innovazione, magari andando oltre a quelle collaborazioni, certamente importanti, ma lontanissime da esperienze analoghe in altri territori, che vedono coinvolte le università locali.
Allo stesso tempo, di fronte a un sistema dove la logistica e la supply chain sono andate a modificare radicalmente i propri assunti di base, quanto potrebbe generare, in termini di valore, la capacità di fare squadra fino in fondo, accettando di porre al servizio del sistema le proprie potenzialità di interazione con il mercato, piuttosto che cercare vantaggi per la singola realtà industriale. Quanto potrebbero sostenere le banche operanti nel territorio se si svincolassero da approcci troppo spesso miopi e sempre più lontani dalle missioni di supporto e di incentivazione allo sviluppo che ne hanno caratterizzato per decenni l’operatività?
Nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di enfatizzare la nascita del progetto denominato «Bind» figlio di quella Cittadella dell’Innovazione della quale si è parlato per anni. È certamente un risultato importante rappresentando un punto di partenza rilevante, ma non va dimenticato che mentre a Brescia di discuteva, altre realtà, non soltanto la grande Milano e non soltanto la vicina Bergamo, hanno saputo generare iniziative analoghe che già producono effetti sui territori.
Anche qui una riflessione andrebbe fatta per capire quanto tempo dedicato al parto di questa iniziativa sia stato assorbito dalla scarsa disponibilità ad impegnare importanti risorse private andando, invece, alla ricerca del solito sostegno pubblico (elemento che certamente ha rallentato i primi studi sulla cittadella) e quanto sia stato assorbito dall’esigenza di mettere in equilibrio le varie esigenze e interessi dei soggetti coinvolti.
Farlo non significa criticare il progetto, che, anzi, va sostenuto con forza, ma cercare di capire come, nel futuro, simili possibilità potranno svilupparsi analogamente a quanto hanno saputo fare altre realtà territoriali. In una fase storica di profondo cambiamento, fare squadra in una logica che, sinteticamente, viene definita win-win, rappresenta la grande sfida strategica del territorio. È una sfida culturale che va a toccare profondamente il modello di sviluppo, ma che, storicamente, ha sempre portato successi quando è stata seguita.
Tornando all’incipit sportivo cosa avrebbe potuto offrire alle due società sportive agire per tempo convogliandovi, risorse e disponibilità manageriali? Quante occasioni perse per consolidare progetti che, comunque, rappresentavano un indotto importante non solo per il brand «Brescia»? La generosità di chi, sui due fronti, sta lavorando per dare nuove prospettive allo sport di punta è da apprezzare, ma sarebbe importante, addirittura fondamentale, utilizzare queste «palestre» per allenarsi verso progetti di altro spessore e rilevanza.




