Stretto di Hormuz, «con i droni l’Iran potrebbe davvero chiuderlo»

Nell’attuale contesto di guerra nell’area del Golfo Persico, l’impedimento al transito libero e sicuro delle navi mercantili nello stretto di Hormuz ha assunto un’importanza primaria nello scenario geopolitico mondiale, inserendosi a pieno titolo come uno degli elementi più critici del conflitto. Una chiave di lettura della situazione odierna è fornita da Francesco Zampieri, docente nell’ambito del Master in Geopolitica e Sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma e autore di numerose pubblicazioni su temi di geostrategia e di guerra marittima.
Professor Zampieri, può darci una panoramica indicativa delle azioni che sta compiendo l’Iran in questi giorni?
Come era prevedibile, tra le poche possibilità che ha l’Iran per ribattere all’attacco orchestrato da Stati Uniti e Israele vi è quella di estendere il conflitto, non solo ai Paesi geograficamente vicini, ma anche a quelli che sono dipendenti dalle risorse che hanno a che fare con il Golfo Persico, petrolio e gas in particolare. Parliamo – in questo senso – soprattutto di Paesi asiatici per quanto riguarda il petrolio. Se invece parliamo di gas, la situazione diventa complessa anche per l’Europa e – nella fattispecie – per l’Italia, che è il Paese che più di tutti dipende dall’importazione di gas dall’area, in particolare dal Qatar. È quindi pensabile che la strategia dell’Iran sia spingere i Paesi colpiti ad esercitare delle pressioni su Stati Uniti e Israele per sospendere le ostilità.
Concentrandosi sulla situazione nello stretto di Hormuz, in che modo l’Iran sta bloccando il transito delle navi e per quanto questa situazione potrebbe durare?
Va detto che – per il momento – la chiusura dello stretto di Hormuz è stata solo dichiarata dagli iraniani e ciò è bastato ad alterare il normale flusso mercantile e ad esercitare un forte effetto deterrente nei confronti degli operatori marittimi, che non vogliono vedere le loro navi affondate o sequestrate. Altra cosa è procedere a chiuderlo fisicamente: Hormuz è largo circa 34 chilometri, che si riducono a circa 3 se consideriamo i due corridoi di passaggio per le navi mercantili. È facilmente bloccabile, soprattutto attraverso il massiccio impiego di droni. Si stima che l’Iran disponga dai 30mila agli 80mila droni suicidi: avrebbero quindi la possibilità di sviluppare una notevole potenza di fuoco. L’Iran possiede anche numerose mine navali, che ben si prestano allo scopo d’interdire fisicamente la navigazione attraverso Hormuz. Certo, la Marina iraniana è stata praticamente distrutta dalle forze statunitensi, ma mezzi insidiosi come quelli sopra indicati possono essere impiegati anche da assetti non dichiaratamente militari, senza dimenticare che possono essere utilizzati anche i missili per colpire il traffico mercantile.
È prevedibile il passaggio da una chiusura dichiarata ad una fisica dello stretto?
Dipende da quali e quanti mezzi hanno gli iraniani. Io sospetto che stiano ancora tenendo nascosti i mezzi più avanzati, impiegandone altri più sacrificabili per consumare le capacità di reazione degli avversari. Quando queste saranno esaurite, probabilmente vedremo l’impiego di armamenti più «pregiati» anche in ambiente marittimo, al fine di operare un’interdizione dello spazio. Si tenga però conto che tutto questo non è così facile da realizzare quando si ha di fronte la Marina degli Stati Uniti.
Di fronte ad un simile scenario ipotetico, quali reazioni si possono ipotizzare?
Sicuramente è poco realistico immaginare un’azione diretta da parte delle Marine militari occidentali in uno scenario così pericoloso. Mi chiedo però quanto l’India e – in particolare – la Cina siano disposte a perdere in termini di forniture energetiche. La vera speranza che tutti nutrono è che le operazioni possano concludersi abbastanza presto.
È possibile, in un saldamento dei due scenari, ipotizzare una recrudescenza delle ostilità contro il naviglio mercantile nello stretto di Bab El-Mandeb ad opera degli Houthi?
Va detto che una crisi in contemporanea ad Hormuz e Bab El-Mandeb sarebbe esiziale. Però, tra i due stretti, quello per noi più importante è quello di Bab El-Mandeb: i nostri porti hanno molto sofferto a causa della riduzione del traffico mercantile ad opera degli Houthi negli anni scorsi. Va detto, però, che molti osservatori stanno rilevando una crescente diversificazione dell’agenda Houthi rispetto a quella iraniana: bisogna chiedersi quanto siano ancora legati all’Iran – cioè quanto siano disposti a sacrificarsi per questo storico alleato – e quante capacità residue effettivamente abbiano per interdire la navigazione nello stretto di Bab El-Mandeb. Capacità che sono state ridotte con le operazioni navali europee e statunitensi nell’area e che potrebbero non essere reintegrate dall’Iran.
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