Abbiamo petrolio per 45 anni, ma i problemi iniziano prima

Quattro giorni e 4 ore per raggiungere la Luna e 4 anni e 5 mesi per il Sole. Ogni giorno il mondo consuma circa 104-106 milioni di barili di petrolio. Le stime variano a seconda dell’organizzazione che le effettua: per il 2026 l’International Energy Agency (Iea) prevede 104,7 milioni di barili al giorno (mb/g), l’Opec 106,5 mb/g e la Eia (Us Energy Information Administration) 105,2 mb/g. Se prendiamo il dato medio (105) e consideriamo che ogni barile è alto quasi 88 cm, impilando uno sopra l’altro tutti i barili che consumiamo ogni giorno, si costruisce una torre alta circa 92.400 km. Visto che la distanza Terra-Luna è di 384.400 km, con i barili consumati in un giorno arriviamo a circa un quarto del tragitto: in 4 giorni e 4 ore siamo in grado di arrivare sulla Luna. In 4 anni e 5 mesi arriviamo sul Sole. O, se vogliamo vederla in altro modo, in un anno saremmo in grado di riempire di petrolio l’80% del bacino del lago di Iseo.

Visto questo elevatissimo utilizzo del petrolio, per quanti anni avremmo riserve disponibili? Mantenendo costanti i dati attuali e considerando le riserve oggi economicamente utilizzabili (1567 miliardi di barili alla fine del 2024), avremmo ancora circa 41 anni. Senza tenere in considerazione gli effetti ambientali. Tuttavia produzione e consumo sono processi dinamici. Le stime più accreditate ritengono che le riserve possano durare ancora per 45-47 anni, tenendo in considerazione possibili nuove scoperte, l’efficientamento del sistema di produzione e la riduzione dei consumi.
Tuttavia i problemi non nascono quando si esaurisce l’ultima goccia della risorsa. Ma prima. Molto prima. Quando si raggiunge il picco di Hubbert: quando cioè l’offerta diventa decrescente rispetto a una domanda tendenzialmente crescente (spesso spinta dall’aumento della popolazione, ma non solo). Siamo passati da un consumo di petrolio di 60 mb/g del 1977 agli attuali 105 mb/g, con un tasso di crescita medio annuo del 1,15%. Nel 1977 il presidente Carter temeva che si sarebbe raggiunto il picco globale nel decennio successivo e ciò avrebbe avuto pesanti impatti economici: un mercato caratterizzato da una domanda crescente e costantemente superiore ad una offerta in via di esaurimento mostra una pressione sui prezzi che tendono a rimanere cronicamente alti ed, anzi, a salire in continuazione.
Questo processo avviene gradualmente ma con un andamento potenzialmente in accelerazione (salvo che non ci siano dinamiche in controtendenza che ci apprestiamo ad illustrare). Quali sono gli effetti? Alcuni buoni ed altri meno buoni. I primi sono una tendenza a sostituire la risorsa energetica che si sta esaurendo con altre, potenzialmente rinnovabili, con un incremento degli investimenti in nuove tecnologie. Dal punto di vista ambientale si ha una riduzione dei flussi di CO2. Gli effetti meno buoni implicano però una forte inflazione e una competizione sulle risorse. Soprattutto se uno Stato ha basato fortemente la sua economia su una sola fonte, senza diversificare. E ciò implica forti tensioni sul fronte geopolitico: i Paesi che controllano le risorse possono «dettare l’agenda».
Fortunatamente le previsioni del famoso picco di Hubbert a cui faceva riferimento il presidente Carter non erano complete. Non tenevano in considerazione molte delle dinamiche positive che abbiamo appena illustrato: il mondo ha scoperto nuovi giacimenti e le tecnologie hanno permesso di estrarre gli idrocarburi in maniera molto più efficiente, mentre il sistema produttivo, specie dei Paesi sviluppati, è diventato meno energivoro per unità di prodotto. È però vero che nel 1970 la produzione statunitense ha raggiunto un picco di produzione e da quel momento ha avuto sempre più necessità di importare fonti fossili. Ed il quadro geopolitico è cambiato strutturalmente, fino alla cosiddetta «rivoluzione dello shale oil» avvenuta principalmente negli Usa fra il 2008 e il 2010, a partire dai giacimenti del North Dakota e del Texas, invertendo la curva di Hubbert che sembrava ineluttabile. Nel 2008 gli Stati Uniti producevano circa 5 milioni di barili al giorno; nel 2025 la media ha toccato i 15 milioni.
Sergio Vergalli, ordinario di Politica economica, Università degli Studi di Brescia
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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