Medio Oriente, anatomia di una crisi sistemica

Una delle immagini più rivelatrici del Medio Oriente moderno è data da una mappa sulla quale è tracciata una linea retta che separa due aree distinte, colorate di blu e rosso, autoattribuite rispettivamente alla Francia e alla Gran Bretagna. Era il 1916 quando al termine di mesi di estenuanti colloqui, Mark Sykes e François Picot apponevano finalmente la loro firma sulla carta geografica per approvare l’accordo trovato. Quelle frontiere furono pensate più come dispositivi di equilibrio imperiale che come esito della storia dei popoli che avrebbero dovuto abitarle. E ogni volta che il sistema regionale entra in crisi riemergono le stesse faglie: dalla Siria al Libano, dalla Palestina sino all’Iraq e al Kurdistan.
Ciò non perché la storia si ripeta meccanicamente, ma perché i presupposti sui quali nacque quell’ordine non hanno mai smesso di gravare sulla realtà della regione, trasformandosi ogni volta in nuove linee di frattura. È all’interno di questa dimensione che va letto lo scacchiere mediorientale di oggi. La regione non è più un mosaico di crisi separate, ma un unico campo di pressione in cui ogni fronte alimenta l’altro: la guerra tra Israele, Usa e Iran, la riaccensione del fronte libanese, la fragilità siriana, l’insicurezza irachena, le ansie del Kurdistan, la vulnerabilità energetica del Golfo. L’idea che si possa circoscrivere il conflitto a un solo teatro è fuorviante, poiché le ritorsioni militari, ma soprattutto economiche ed energetiche messe in atto dalla Repubblica Islamica, non solo verso gli alleati diretti degli Stati Uniti, ma anche nei confronti di Stati terzi, gli sconfinamenti, testimoniati dall’ingresso di missili iraniani nello spazio aereo turco poi intercettati dai sistemi Nato, così come il segnale proiettato fino a Diego Garcia, la base tuttora ricompresa nell’orbita di sovranità britannica, gli attacchi alle infrastrutture e il peso dello Stretto di Hormuz dimostrano che lo spazio regionale si è ormai ricompattato in un’unica crisi sistemica.
Le recenti dichiarazioni di Recep Tayyip Erdogan vanno lette alla luce di questa dinamica. Il presidente turco, con propagandistica veemenza, cercando di riacquistare una sua centralità politica, alza i toni del dibattito e denuncia Israele quale Stato terrorista e genocidiario, invocando l’ira di Dio su di esso.

Ma dietro la retorica rimane intatto il vero interesse strategico di Ankara: impedire che il disordine regionale si traduca in un consolidamento curdo lungo l’arco Siria-Iraq. Per la Turchia, il punto non è soltanto ciò che accade tra Teheran e Tel Aviv, bensì ciò che quella guerra può produrre ai suoi confini: liberare spazi di autonomia per i curdi con conseguenti nuove aree grigie di sovranità tra Siria e Iraq. È per questo che Erdogan insiste sull’attuazione dell’intesa tra Damasco e Forze Democratiche Siriane: la questione curda resta per Ankara il baricentro del disordine regionale. Su questo sfondo si comprende anche il ritiro della Nato dal quadrante iracheno. Le caute parole di Mark Rutte verso la Turchia, accompagnate dall’esclusione del ricorso all’Articolo 5, fanno da cornice a una decisione più concreta: sottrarre uomini e mezzi a un teatro divenuto troppo esposto. A pesare non è solo il rischio degli attacchi iraniani o delle milizie filo-sciite, ma anche la fragilità del controllo statale iracheno e la centralità del dossier curdo nei rapporti tra Ankara e Baghdad. Il Kurdistan non è più una retrovia, ma uno dei luoghi in cui la crisi regionale tende a concentrarsi. Ed è qui che lo scenario iracheno si salda a quello siriano. Dopo la caduta di Assad, Damasco non ha ancora ricostruito né un monopolio credibile della forza né una vera architettura nazionale condivisa. La Siria resta così il nodo più esposto del nuovo disordine regionale, poiché non si è passati dalla guerra alla stabilità, ma a una competizione opaca in cui si intrecciano ricostruzione statale, influenza turca, diffidenza curda e deterrenza israeliana.
Più a sud i Paesi del Golfo sono entrati in una stagione di inquietudine geopolitica. Non possono permettersi una guerra lunga, ma nemmeno più illudersi di restarne ai margini. L’attacco alle loro infrastrutture e la pressione sullo Stretto di Hormuz hanno mostrato che la rendita dell’alleanza con gli Usa è in tensione e che li ha enormemente esposti in questa guerra. Il loro interesse primario resta la sicurezza delle rotte energetiche e la prevenzione di una spirale capace di trasformare la regione nel punto di rottura dell’economia globale.
È sullo sfondo di questa instabilità diffusa che si comprende meglio la determinazione di Netanyahu a proseguire le ostilità. Per il premier israeliano, l’Iran resta la minaccia vitale; ma la prosecuzione della guerra risponde anche a un calcolo interno. Interrompere ora le ostilità significherebbe riportare al centro del dibattito politico ciò che l’emergenza bellica ha sospeso: le responsabilità della leadership per il 7 ottobre e il procedimento per corruzione ancora pendente nei suoi confronti. La guerra gli consente di restare sul terreno della sicurezza nazionale a lui più congeniale, rinviando la resa dei conti giudiziaria. Con le elezioni della Knesset già fissate a fine 2026, quella scadenza incombe come un passaggio decisivo e la prosecuzione del conflitto appare una scelta militare e una strategia di sopravvivenza politica.
Michele Brunelli, docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea - UniBg
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