La guerra della Russia nell’Europa orientale e il divario transatlantico sancito dagli Stati Uniti reclamano una politica strategica europeista per una difesa europea integrata. Esiste una seria divergenza, unita a crescente sfiducia, tra gli europei e il loro protettore americano. Il presidente finlandese Stubb la esprime così: «Le truppe americane non sono in Europa per proteggerci, ma per consentire agli Usa di essere una potenza globale».
È chiara la vulnerabilità degli europei come soggetto politico finché resteranno privi d’indipendenza strategica, cioè, anzitutto, di una forza armata convenzionale e nucleare integrata.
Per questo, il primo Commissario europeo per la difesa ha ricordato l’urgenza di «parlare anche di una possibile Unione europea della difesa, una nuova architettura di sicurezza che includa anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina, per consolidare le capacità difensive del continente europeo». La questione è creare una forza militare collettiva europea.
L’Europa non può essere soltanto una «potenza civile» o «normativa», perché l’idea che le società sopravvivano senza destinare una parte sostanziale della propria ricchezza alla sicurezza è priva d’ogni evidenza storica. La sicurezza collettiva costituisce una base vitale della sicurezza sociale. L’assurda alternativa «burro o cannoni?» falsifica la realtà che, piaccia o no, è invece fatta di entrambi.

Sono tre le ragioni primarie di una politica strategica europeista: 1) le divergenze con gli Stati Uniti; 2) la minaccia russa; 3) il rinnovamento europeo, ossia una condizione politica coerente con la dignità di Stati che possiedono, accanto a notevoli difetti, formidabili qualità. «Dignità» significa una condizione morale per la quale sia dato, insieme, il rispetto dovuto all’altro e a sé stessi. È dignitoso che piccoli Stati deboli, privi di alternative, si affidino a protettori esterni per garantirsi sicurezza, così come avvenne nel periodo postbellico per le nazioni europee, martoriate e impoverite.
Oggi, però, questa dipendenza non è intrinseca alla loro condizione, bensì conseguenza di scelte politiche. Questa pavida staticità, assai umana, contrasta con il coraggio della libertà mostrato da nuove politiche d’integrazione. Le due potenze atomiche europee – Francia e Gran Bretagna – hanno stabilito il più alto livello di coordinamento mai raggiunto tra le loro capacità nucleari, affermando al contempo: «Francia e Regno Unito concordano nel ritenere che non vi sia alcuna grave minaccia per l’Europa che non provocherebbe una risposta da parte di entrambe le nostre nazioni».
C’est la journée de l’Europe.
— Emmanuel Macron (@EmmanuelMacron) May 9, 2026
L’Europe est aujourd’hui une évidence qui pourtant n’allait pas de soi. Elle est un héritage arraché aux ruines, un trésor façonné par le courage de celles et ceux qui ont refusé que le nationalisme et la guerre soient notre destin.… pic.twitter.com/eeuRhMh6pV
Trent’anni fa, all’inizio di questo percorso cooperativo, il concetto era assai diverso: «Non concepiamo alcuna situazione nella quale gli interessi vitali di uno dei nostri due Paesi, Francia e Regno Unito, possano essere minacciati senza che lo siano anche quelli dell’altro».
Il tono del presidente Macron, per delineare la nuova dottrina nucleare francese di «deterrenza avanzata» e «convergenza strategica» europea, richiama anch’esso l’urgenza pratica di nuovi impegni comuni. Egli ha definito una «solidarietà strategica» europea, basata sulla «dimensione europea degli interessi vitali della Francia», volta a creare «nuovi dilemmi strategici per gli avversari dell’Europa», attraverso la diffusione cooperativa delle forze strategiche francesi sul territorio europeo.
Il trattato di Kensington tra Germania e Regno Unito, primo del suo genere, prevede «scambi approfonditi sugli aspetti strategici della politica di sicurezza, comprese la deterrenza e la difesa, nonché le questioni nucleari». Così, oggi, gli europei sono chiamati al compito di creare una nuova difesa integrata, per affrontare insieme la loro inedita prova del fuoco. Tra le sue fiamme, nutrite dalla guerra d’Europa, arde già il monito fatale del presidente Zelensky: «È una realtà crudele, ma è così: non sono il diritto internazionale né la cooperazione; a decidere chi sopravvive sono le armi».




