Opinioni

In Libano giochi di potere e veti incrociati sulla pace

Il nuovo accordo con Israele punta a rafforzare la sovranità di Beirut e ridurre il peso di Hezbollah, ma la mancata partecipazione del movimento sciita all’intesa ne rende incerta l’attuazione e il successo
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Beirut, musulmani sciiti nel giorno dell’Ashura davanti a immagini dei leader di Hezbollah scomparsi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Beirut, musulmani sciiti nel giorno dell’Ashura davanti a immagini dei leader di Hezbollah scomparsi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il 3 novembre 1969 il generale Emile Boustany, comandante dell’esercito libanese, e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sotto l’egida di Gamal Abdel Nasser, siglarono quello che sarebbe passato alla storia come l’Accordo del Cairo.

L’intesa trasferiva di fatto all’OLP il controllo amministrativo e di sicurezza sui campi profughi palestinesi in Libano e soprattutto riconosceva ai miliziani palestinesi, i fedayn, la possibilità di condurre la lotta armata contro Israele a partire dal territorio libanese. Così facendo Beirut accettava di fatto che una parte del monopolio della forza fosse sottratta allo Stato e affidata a un attore armato non statale. Da quella scelta prese forma un lungo processo di erosione della sua sovranità, che avrebbe attraversato la guerra civile, l’ascesa di Hezbollah e le ricorrenti crisi con Israele.

Il nuovo accordo tra il Libano e Israele, siglato venerdì scorso a Washington dai rispettivi ambasciatori sotto la supervisione del Segretario di Stato, Marco Rubio, introduce inoltre un riconoscimento bilaterale esplicito della rispettiva sovranità statuale e nasce con l’ambizione opposta: cercare di restituire al Paese dei Cedri il monopolio legittimo della forza, restaurarne la sovranità effettiva e affrontare il nodo che da decenni condiziona gli equilibri del confine settentrionale israeliano, cioè la presenza di Hezbollah come attore armato autonomo rispetto allo Stato.

Nella sua dimensione più ambiziosa, a tratti utopistica, l’intesa sembrerebbe voler promettere benefici rilevanti. Se avesse successo, il progressivo ridimensionamento della capacità militare di Hezbollah ridurrebbe inevitabilmente anche la profondità strategica dell’Iran nel Levante, modificando gli equilibri dell’asse che collega Teheran, Baghdad, Damasco e Beirut. Ciò si salderebbe con l’altra partita in corso, quella fra l’Amministrazione MAGA di Trump e i Pasdaran, che vede da un lato il desiderio di Washington di spezzare la continuità territoriale dell’influenza iraniana, dall’altro la capacità della Repubblica islamica di preservare i propri strumenti di deterrenza regionale.

Parallelamente una maggiore stabilità nel sud del Libano potrebbe favorire la ricostruzione, attirare investimenti internazionali e creare le condizioni affinché i Paesi del Golfo e i partner occidentali tornino a sostenere la ripresa economica di un Paese ormai stremato da anni di crisi finanziarie, istituzionali e sociali.

Ma tutto questo resta declinato al condizionale, poiché nella sua essenza molte sono le vulnerabilità. Almeno tre quelle principali. La prima è la più evidente. L’accordo riguarda Hezbollah, ma Hezbollah non ne è parte. È il paradosso fondativo dell’intesa. Beirut assume un impegno che per essere attuato richiede la trasformazione o la neutralizzazione dell’attore armato più potente del Paese. Il ritiro israeliano viene infatti legato al disarmo del movimento sciita, un obiettivo che, allo stato attuale, nessuno sembra in grado di imporre senza aprire una crisi interna.

La seconda riguarda la sequenza delle azioni. Il ritiro israeliano viene legato al disarmo del movimento sciita; Hezbollah, a sua volta, può usare la permanenza israeliana come prova della necessità di conservare le armi. Ne nasce una struttura a veti incrociati: Israele resta perché Hezbollah non disarma; Hezbollah non disarma perché Israele resta. Questa condizionalità rischia così di produrre l’effetto opposto rispetto alla finalità dichiarata dell’intesa: non il rapido ripristino della sovranità libanese, ma una possibile legittimazione di fatto della permanenza israeliana sine die nel sud del Libano.

La terza criticità è simbolica, ma non per questo meno politica. A rendere ancora più sensibile la firma è stata anche la sua collocazione temporale, a ridosso dell’Ashura, il giorno più solenne del calendario sciita, nel quale si commemora il martirio dell’Imam Husayn nella battaglia di Karbala del 680, un riferimento fondativo dell’immaginario politico, religioso e identitario di Hezbollah. In questa cornice simbolica, la subordinazione del ritiro israeliano al disarmo del Movimento rischia di essere letta come il riconoscimento, sia pure indiretto, di un rapporto di forza imposto da Israele e accettato da Beirut.

Nel 1969 la sovranità libanese fu erosa da un patto firmato da uomini forti; nel 2026 negli USA si tenta di restaurarla attraverso la firma di ambasciatori e la supervisione di un Segretario di Stato. La differenza è decisiva. Un’intesa non produce sovranità per decreto. Può indicare un percorso, promettere garanzie, attrarre risorse, ma non sostituire il consenso interno, né trasformare automaticamente lo Stato nell’unico titolare effettivo della forza. Se l’Accordo del Cairo inaugurò la stagione della sovranità ceduta, quello di Washington vorrebbe aprire la stagione della sovranità restituita. Tra le due resta però lo stesso interrogativo: chi comanda davvero in Libano?

Michele Brunelli, docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea - UniBg

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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