Opinioni

Iran-Usa, se la diplomazia torna a farsi geografia

Sessanta i giorni che le parti si sono dati per sciogliere i nodi non soltanto di una guerra guerreggiata iniziata il 28 febbraio 2026, ma per ricomporre una frattura che risale al 1979
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

I negoziati sono in corso in Svizzera a Lucerna, in un resort di proprietà di un fondo del Qatar - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I negoziati sono in corso in Svizzera a Lucerna, in un resort di proprietà di un fondo del Qatar - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Esiste una precisa geografia della diplomazia, nella quale le guerre si decidono nelle capitali, si combattono sul campo, ma gli equilibri si costruiscono lontano dai centri del potere. Dopo la Grande Guerra il sistema internazionale, ridisegnato nella distribuzione delle forze, cercò a Versailles un ordine capace di garantire stabilità duratura.

In realtà, il trattato firmato nel palazzo degli ultimi sovrani di Francia servì soprattutto a umiliare gli sconfitti. Pochi anni dopo, in Svizzera, a Locarno, le potenze europee tentarono di correggerne gli effetti, provando a trasformare una pace cartaginese in un’architettura di cooperazione internazionale. Oggi il tentativo di passare da una tregua a un’intesa stabile tra Stati Uniti e Iran, al netto delle dichiarazioni rodomontiche e triviali di Donald Trump, passa da un’altra località svizzera, Lucerna, in un resort di proprietà di un fondo del Qatar.

Così Doha si fa simbolo di una diplomazia post-occidentale, nella quale piccoli Stati dotati di capitali, relazioni trasversali e ambizione strategica occupano lo spazio lasciato vuoto dalle grandi potenze. Sessanta i giorni che le parti si sono dati per sciogliere i nodi non soltanto di una guerra guerreggiata iniziata il 28 febbraio 2026, ma per ricomporre una frattura che risale al 1979, quando, dopo la presa dell’ambasciata statunitense a Teheran da parte di studenti filo-khomeinisti, Jimmy Carter dispose il congelamento dei beni del governo della Repubblica islamica e della sua Banca centrale. In quasi cinquant’anni, il dossier degli asset bloccati all’estero è divenuto uno dei nodi strutturali del contenzioso, per una cifra di oltre 100 miliardi di dollari, quasi un quarto del PIL nazionale.

Si tratta di una ricomposizione che, vista l’antica ruggine e soprattutto la percezione iraniana dell’inaffidabilità americana, non può che procedere per gradi. Teheran si confronta con un interlocutore che alterna aperture e minacce, distensione e ritorsioni, rendendo ogni passo fragile e reversibile. Per questo il dialogo passa anzitutto attraverso una diplomazia analogica, come la firma a distanza del Memorandum of Understanding del 17 giugno, che esula la dimensione geografica, nuova frontiera del dialogo internazionale, preludio ai colloqui vis-à-vis. In superficie, molto mediatizzata, la trattativa ruota attorno alla riapertura dello Stretto di Hormuz, allo sblocco degli asset e alla sequenza delle concessioni economiche. In realtà il suo baricentro politico risiede nella ridefinizione della deterrenza regionale iraniana, di ciò che rimane dell’Asse della resistenza, con il Libano che rappresenta il vero banco di prova dell’intesa.

Sullo sfondo il programma nucleare di Teheran, questione che paradossalmente, resta forse il punto tecnicamente più negoziabile, data la disponibilità già mostrata ad accettare limiti, verifiche e controlli internazionali. Il vero nodo, dunque, non è soltanto quanto uranio il regime possa arricchire, ma quanta profondità strategica le verrà riconosciuta. Per la Repubblica islamica, Hezbollah ha una funzione essenziale di deterrenza contro Israele.

Lo Stretto di Hormuz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Lo Stretto di Hormuz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

È un’estensione avanzata della propria sicurezza nazionale e il residuo più importante di una rete di alleanze indebolita dalla guerra. Per Gerusalemme invece la permanenza operativa del Partito di Dio rappresenta una minaccia inaccettabile ai suoi confini settentrionali. Washington si trova così stretta tra due logiche tra loro incompatibili: da un lato la necessità di riportare il dossier nucleare e regionale entro un perimetro verificabile; dall’altro l’impossibilità di sacrificare la sicurezza israeliana sull’altare di una stabilizzazione negoziale. In questo contesto anche Hormuz e gli asset cambiano significato. Il primo non è solo uno stretto marittimo, ma una leva sul costo globale dell’energia; i secondi non sono soltanto denaro congelato, ma capitale politico, ossigeno economico e capacità di ricostruire influenza, strumento fondamentale per reinserire il paese entro una dimensione economico-politica globale da cui manca da decenni.

Teheran cerca di incassare prima benefici e garanzie, riducendo la pressione americana, gli Usa vorrebbero impedire che la tregua divenga consacrazione diplomatica della proiezione iraniana. È qui che Lucerna può rappresentare l’opposto di Versailles. Non la pretesa di convertire la vittoria in ordine attraverso l’umiliazione dello sconfitto, ma il tentativo di trasformare una tregua fragile in obbligazione reciproca. Dopo la diplomazia digitale, il ritorno al tavolo restituisce alla politica internazionale la sua dimensione più umana: vedersi, ascoltarsi, riconoscersi come interlocutori necessari. La geografia della diplomazia serve a creare uno spazio fisico e simbolico in cui la parola torni a vincolare la forza, sottraendo la tregua alla mora della provvisorietà. Solo allora può diventare accordo e l’accordo un principio da rispettare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

News in 5 minuti

Cosa è successo oggi? A metà pomeriggio facciamo il punto, tra cronaca e novità del giorno.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
SponsorizzatoSolo inLombardia: mille esperienze, una sola destinazioneSolo inLombardia: mille esperienze, una sola destinazione

Un nuovo racconto del territorio valorizza natura, cultura, gusto ed eventi. A Brescia un calendario ricco accompagna l’estate 2026

SponsorizzatoIl Passaporto Digitale di Prodotto e la responsabilità aziendaleIl Passaporto Digitale di Prodotto e la responsabilità aziendale

L'obiettivo è aumentare trasparenza, sostenibilità e tracciabilità lungo l'intero ciclo di vita dei prodotti. Un dato errato può però diventare un rischio reputazionale