Il sospetto che a Londra l’altro giorno Starmer, Macron e Merz abbiano preparato, insieme a Zelensky e senza l’Italia, il dossier Ucraina-Russia del prossimo Consiglio europeo ha evidentemente molto indispettito la premier che non ha mancato di sottolinearlo ieri nelle consuete comunicazioni al Parlamento in vista del vertice Ue e del G7. Al punto da criticare l’utilità di questi ripetuti vertici ristretti che, secondo Meloni, servono soprattutto a quei Paesi che «non vogliono lasciare la prima fila della scena internazionale», mentre servirebbe un’unica voce capace di parlare a nome di tutti i partner dell’Unione e avere più peso, come Europa, di fronte alla Russia e agli Stati Uniti.
Si dice che Meloni quando accenna a questa unica personalità pensi a Mario Draghi che ha la sua autorevolezza personale ma è pur sempre un ex presidente del Consiglio italiano. E questo perché tutto lo sforzo di Meloni è di dimostrare, contro le accuse della sinistra, che l’Italia c’è e conta, e per farlo ieri ha citato la sterzata data su impulso italiano alla politica europea dell’immigrazione e la flessibilità ottenuta da Bruxelles per le spese necessarie a far fronte all’aumento del prezzo dell’energia, al pari di quelle destinate alla difesa e alla sicurezza.
Ma certo Meloni vuol capire se a Londra sia stato trovato un accordo sull’ingresso nella Ue dell’Ucraina che Zelensky vorrebbe accelerare ma che incontra troppe resistenze: al necessario compromesso sta lavorando il cancelliere tedesco e potrebbe averne discusso a Downing Street. L’Italia, che dà la precedenza ai Paesi baltici occidentali e all’Albania, è comunque aperta a quel compromesso con l’Ucraina su cui però non è stata interpellata. Non è escluso che sia stato chiesto a Mattarella di intervenire discretamente per rimettere in gioco Meloni che, dopo la rottura con Trump, non può certo permettersi un isolamento in Europa.
Per il resto poche sorprese sulla linea di politica estera: siamo contro le violenze in Cisgiordania e reagiamo alle offese del ministro Ben Gvir ma siamo contrari a rompere l’accordo di collaborazione con Israele; disponibili ad intervenire nello Stretto di Hormuz e a rimanere in Libano ma a pace siglata tra Trump e Teheran e sotto il cappello Onu.
Ma quello di ieri alla Camera e al Senato è stato anche un discorso con molta politica interna e con i toni piuttosto alti contro la sinistra e contro il generale Vannacci che insiste nell’incoronarsi capo della «vera destra». Un serto d’alloro che Meloni non gli concederà mai, neanche se Vannacci fosse indispensabile alle prossime elezioni per rimanere al governo: «Una vera destra non aiuta la sinistra votando per sei volte contro questo governo come hanno fatto i seguaci di Vannacci!». E poi, rispondendo alla battuta inqualificabile e sessista di un grillino, ha colto l’occasione per ribadire il proprio primato: «Senza favoritismi e senza aiuti la prima donna che arriva a guidare un governo è venuta da destra». La «vera» destra, quella di Giorgia Meloni.




