«Intollerabile!»: è questo secondo Paul Ricoeur il «grido del cuore» quando protesta. Un grido, a ben vedere, ambiguo, perché può risultare intollerante verso il giusto o, viceversa, tollerante verso l’ingiusto. Ciò dipende dalla precomprensione, dalla cultura, dalla mentalità. Ma, nondimeno, dalla riflessione, che proviene dal singolo.
Intolleranti sono apparse le esternazioni - un grido esteriore - di Roberto Vannacci all’assemblea costituente di Futuro nazionale, che riprendono e rafforzano altre precedenti nel dichiarare che «il femminicidio non esiste», «è un omicidio come tutti gli altri», «uomini e donne sono uguali», e che è «assurdo» - dunque intollerabile, dal suo punto di vista - «considerare un reato più grave in base alla vittima». Ma, al tempo stesso, appaiono intollerabili moralmente e logicamente.
Dal punto di vista morale, perché provocano indignazione - un grido interiore. Dal punto di vista logico, perché conducono in contraddizione - un grido mentale. La contraddizione consiste nel sostenere, da una parte, una formale parità di genere («uomini e donne sono uguali») sulla quale è costruita la stessa argomentazione negazionista; dall’altra, una sostanziale disparità. Anzi, discriminazione. Anzi, alienazione.
Il cui esito, prima di essere fisico, vale a dire eliminazione criminale di un corpo, è ideale: consiste in una censura ideologica di quella specifica forma di annientamento materiale, che - pure questo va sottolineato - ha il suo apice nell’omicidio-femminicidio, ma si manifesta sotto molte altre forme di violenza che si determinano in relazione alla donna, e che al di fuori di questa relazione non sussistono. La contraddizione, insita nelle parole del Generale e di chiunque le voglia far proprie, si riflette sotto diversi punti di vista.
Il primo: statistico. In Italia, ogni anno, secondo le fonti ufficiali (Istat, Ministero dell’Interno, Servizio Analisi Criminale) riferite agli anni 2023-2025, sono uccise circa 120 donne, e l’85% da un uomo conosciuto: partner, ex partner, familiari. Il quadro europeo non è diverso: delle 800 vittime registrate ogni anno, secondo i dati Eurostat e European Institute for Gender Equality, 1 donna su 5 è uccisa dal partner, ex partner, familiari. Questi numeri non descrivono omicidi come gli altri ma un fenomeno specifico, ricorrente, strutturato, che riguarda la relazione tra uomini e donne.
Il secondo: culturale. Il femminicidio, e più in generale la violenza sulle donne, sono riconducibili a un preciso immaginario costruito dall’Occidente attraverso la letteratura: dalla Bibbia (Tamar, figlia di Davide, vittima di stupro all’interno della sua stessa famiglia; l’adultera) alla tragedia greca (Ifigenia sacrificata, Clitennestra assassinata), da Omero (le schiave troiane, Andromaca) a Shakespeare (Ofelia, Giulietta), al melodramma ottocentesco (Violetta, Carmen, Tosca), dal cinema di Hitchcock alle odierne serie «crime» che individuano nella donna la vittima ideale. Il femminicidio in questo immaginario esiste e alimenta la realtà, non come evento eccezionale ma come archetipo.
Il paradosso sta nel fatto che la vittima rischia di essere invisibile, e perciò ancor più indifesa, proprio perché cristallizzata in un «topos» antico e contemporaneo. Ivan Jablonka nel volume La cultura del femminicidio (Einaudi) denuncia una «ideologia ginocidaria»: un motore narrativo che normalizza la violenza sulla donna, rendendola letterariamente efficace e socialmente tollerabile.

Il terzo: simbolico. Al femminicidio come destino ineluttabile sottostà il femminile nella sua valenza simbolica, ridotta a oggetto - di pulsione, di dominio, di possesso fino all’annientamento.
Ad essere alienata, più profondamente, è la radice del femminile, cui la filosofa Luisa Muraro, da poco scomparsa, ha dedicato pionieristici studi. In L’ordine simbolico della madre scrive: «Il femminile non è un’essenza naturale, ma un ordine simbolico che è stato rimosso». La violenza sulle donne nasce da un vuoto di senso: se al femminile nel mondo non è riconosciuto lo spazio simbolico, se ne appropria la violenza come volontà di potenza, sostituendosi a quell’ordine simbolico che sta all’origine di ogni relazione e generazione. Forse, proprio questo risulta intollerabile e meritevole di censura.




