La voce fuori campo che introduceva l’agghiacciante film britannico «Threads» («legami», titolo italiano «Ipotesi: sopravvivenza») diceva: «In una società urbanizzata, tutto è connesso. Le nostre vite sono intrecciate in una tela. Ma le connessioni che rendono forte la società la rendono anche vulnerabile».
Il film del 1984 mostrava il devastante impatto sulla società britannica di una guerra termonucleare tra Usa e Urss, esplosa dopo un’acuta crisi in Iran. Viene quindi subito da pensare alla fallimentare aggressione scatenata da Trump e Netanyahu contro Teheran: una guerra che ha contribuito al declino politico di entrambi e che alle persone normali è costata un ulteriore aumento del costo della vita.
Ma focalizziamoci su quel «tutto è connesso». Sistemi digitali governano finanza, trasporti e oggetti quotidiani: l’efficienza delle connessioni è anche la vulnerabilità evocata da «Threads». Lo mostrano i problemi software e radar che hanno mandato in tilt i voli britannici e il taglio dei cavi che nel 2022 fermò per ore i treni nella Germania settentrionale, poi ricondotto a tentativi di furto.
Ma ai guasti si aggiunge la «guerra ibrida»: sabotaggi, attacchi informatici e incursioni che alimentano un dubbio costante. È un incidente o un attacco russo? Un episodio isolato o l’inizio di un’operazione? Visto che una guerra su larga scala sarebbe quasi certamente preceduta da attacchi a reti elettriche, trasporti, centri dati e cavi sottomarini, la domanda evoca interrogativi inquietanti.

In Europa, l’interdipendenza è insieme una risorsa e un punto di vulnerabilità. È in questo clima che va letta la nuova ondata di possibili attacchi ibridi, che interessa i trasporti aerei ma anche oggetti il cui funzionamento diamo (troppo) per scontato: frigoriferi e congelatori. Dal 2 novembre, falsi allarmi bomba hanno investito decine di voli europei, costringendo a dirottamenti, atterraggi imprevisti, ispezioni e, in alcuni casi, all’intervento di caccia militari.
Un volo Dublino-Roma è stato deviato verso una base aerea francese; altri collegamenti hanno subito deviazioni o controlli negli aeroporti di destinazione. Non sono stati trovati ordigni, ma le minacce hanno comunque raggiunto il risultato sperato da chiunque e sia stato l’autore: disorganizzare i trasporti, impegnare risorse e alimentare l’insicurezza. A costo zero per chi ha lanciato le minacce.
Contemporaneamente, hacker hanno colpito i sistemi che regolano frigoriferi e congelatori dei supermercati in diversi Paesi europei, dopo una prima ondata in Francia a ottobre. Alterando a distanza le temperature, hanno fatto scongelare e deperire gli alimenti. Autori e mandanti restano ignoti: non sono (ancora?) accertati né una regia russa né un collegamento con gli allarmi sugli aerei. È però proprio questa incertezza a produrre l’effetto cercato dalla guerra ibrida: il sospetto che ogni episodio possa essere parte di una campagna più ampia e potenzialmente l’inizio di una guerra vera.
Il punto chiave è ciò che potrebbe accadere se simili azioni diventassero più estese, persistenti e simultanee. Il cibo da buttare non rappresenterebbe soltanto una perdita per i supermercati, ma potrebbe significare una carenza di disponibilità per i cittadini. Se alle interruzioni della catena del freddo si sommassero sabotaggi ferroviari, o se gli attacchi coincidessero con ampie proteste degli autotrasportatori (legittime e indipendenti), rifornire gli scaffali diventerebbe più difficile. Il timore della penuria potrebbe provocare acquisti dettati dal panico, aggravando le carenze.
Le conseguenze potrebbero propagarsi anche alla finanza: prima nei conti e nelle quotazioni delle imprese colpite, poi, se la crisi fosse abbastanza ampia, sulle Borse, attraverso rincari, interruzioni produttive e perdita di fiducia. È la tela di «Threads»: le connessioni che rendono forte la società possono trasmetterne anche le vulnerabilità. E sono estremamente difficili a difendere.




