Cronaca

Allarmi bomba, «la guerra ibrida punta a piegare l’opinione pubblica»

A dirlo è Gastone Breccia, storico militare e docente all’Università di Pavia, che ha recentemente pubblicato per Il Mulino «Né guerra né pace. L'era dei conflitti ibridi»
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Un aereo della Aer Lingus dirottato in Francia dopo un allarme bomba - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un aereo della Aer Lingus dirottato in Francia dopo un allarme bomba - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Una mattinata di allarmi bomba ha messo in agitazione il traffico aereo europeo. Segnalazioni di possibili ordigni hanno interessato diversi voli, tra cui quelli da Dublino e Helsinki verso Roma e da Milano Malpensa verso Varsavia. Sono scattate le procedure di sicurezza, con deviazioni di rotta, interventi dei caccia militari e controlli degli artificieri. Altri allarmi hanno coinvolto voli diretti a Malpensa e aeroporti della Bulgaria. Episodi che si aggiungono ai recenti attacchi informatici contro infrastrutture e attività commerciali e che riaccendono il dibattito sulla guerra ibrida. A spiegare quali siano gli obiettivi di queste operazioni e perché sia così difficile contrastarle è Gastone Breccia, storico militare e docente all’Università di Pavia, che ha recentemente pubblicato per Il Mulino «Né guerra né pace. L'era dei conflitti ibridi».

Professor Breccia, che cosa ci dicono gli allarmi bomba sugli aerei e gli attacchi informatici degli ultimi giorni?

Parlando in astratto, sono atti di guerra ibrida da manuale, perché non comportano l’uso diretto della forza e non causano necessariamente vittime nell’immediato. Le bombe sugli aerei non c’erano, le tonnellate di cibo deteriorato provocano danni economici ma non uccidono nessuno. Il caso del sangue in Francia è già potenzialmente più grave. Si tratta di azioni che colpiscono la vita civile, creano malumore e disagi nella popolazione, ma restano al di sotto della soglia della guerra vera e propria. Ed è proprio questa la loro caratteristica fondamentale: chi le subisce non può reagire con provvedimenti militari di grande portata.

C’è anche il problema di capire chi sia il responsabile.

Esattamente. La seconda caratteristica è quella che in inglese si chiama plausible deniability, cioè la possibilità di negare in maniera plausibile la propria responsabilità. È difficilissimo attribuire con certezza azioni di questo genere a un soggetto preciso. Si può sospettare della Russia, della Cina o della Corea del Nord, ma finché non si hanno prove definitive non si può fare nulla. È questo che rende la guerra ibrida così efficace.

Queste tecniche stanno diventando sempre più sofisticate? E perché vengono utilizzate con tanta frequenza?

I russi hanno capito che, per vincere la guerra in Ucraina, devono fare in modo che l’Europa smetta di sostenere Kiev. Sul terreno sono sostanzialmente bloccati e quindi cercano di agire su un altro fronte. L’obiettivo è seminare nell’opinione pubblica europea un tale fastidio, un tale sconcerto, da spingere gli elettori a sostenere chi promette di interrompere gli aiuti all’Ucraina pur di uscire da questa situazione. È una strategia assolutamente logica e potenzialmente efficace. Vedremo.

Quindi l'obiettivo è seminare incertezza e malumore nella popolazione, affinché sia la stessa opinione pubblica a chiedere che questa situazione finisca?

Esattamente. Hanno capito che il centro di gravità della guerra, per usare un'espressione di Clausewitz, non è più soltanto l'esercito che si sconfigge sul campo, ma è l'opinione pubblica. Se riesci a demolirne la coesione, finisci per vincere la guerra

Esiste già un collegamento tra questa strategia e le posizioni di alcune forze politiche europee?

In diversi Paesi ci sono già partiti che chiedono di interrompere gli aiuti all’Ucraina e di riprendere i rapporti economici con la Russia. Penso, per esempio, all’AfD in Germania o al Movimento 5 Stelle in Italia. Diverso è immaginare che qualcuno possa promettere di fermare gli attacchi di guerra ibrida: è molto più complicato, perché richiederebbe anche la capacità di reagire. Ricordo che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un’intervista al Financial Times, parlò della necessità di contrattaccare. Venne criticato come guerrafondaio. Il problema è che nella nostra mentalità non rientra facilmente l’idea di rispondere agli attacchi ibridi con operazioni analoghe, per esempio nel campo informatico. Sarebbe necessario, ma è molto difficile.

L’Europa ha gli strumenti per difendersi oppure è sostanzialmente alla mercé di questi attacchi?

Non siamo affatto indifesi. Proprio ieri parlavo con un colonnello in pensione, che ha avuto un ruolo importante nella nostra cybersicurezza e che ho citato anche nel mio libro mantenendone l’anonimato. Mi spiegava che noi, come gli altri Paesi europei, siamo sottoposti ad attacchi praticamente ogni giorno, ma riusciamo a bloccarne la stragrande maggioranza, secondo la sua stima il 99 per cento. Ogni giorno vengono sventati decine di attacchi informatici senza che l’opinione pubblica ne sappia nulla. Quindi, dal punto di vista della difesa, siamo anche preparati. Il problema è che difendersi non basta: se passa anche soltanto un attacco su cento, i danni possono comunque essere significativi.

Dietro queste operazioni ci sono apparati organizzati oppure possono agire anche singoli hacker?

Entrambe le cose. Sappiamo che la Russia dispone di strutture con centinaia di persone impegnate nelle operazioni informatiche. Anche la Corea del Nord ha sviluppato capacità molto importanti in questo settore, compresi gli attacchi legati alle criptovalute. Esistono quindi apparati sostenuti dagli Stati che lavorano continuamente a queste attività. Ma ci sono anche i cosiddetti cani sciolti, persone che agiscono per denaro o per ideologia. Per un governo che vuole evitare di essere identificato come responsabile, servirsi di questi soggetti può essere particolarmente conveniente.

Finora molti di questi episodi non hanno provocato vittime. Ma c’è il rischio che dagli allarmi bomba si passi a bombe vere?

Purtroppo non è impossibile. Anche il terrorismo può essere utilizzato come strumento della guerra ibrida. Un attentato non comporta necessariamente l’inizio di una guerra tradizionale, ma può turbare molto più profondamente l’opinione pubblica. Non possiamo quindi escludere che si arrivi anche ad azioni con vittime vere e proprie.

Lei richiama ha richiamato anche il rischio che alcuni incidenti apparentemente casuali nascondano operazioni di sabotaggio.

Sì. Penso, per esempio, al grave incidente ferroviario avvenuto in Spagna nel gennaio scorso, che ha provocato oltre quaranta morti. Alcuni esperti hanno avanzato l’ipotesi che potesse essere collegato a un attacco informatico contro il sistema di controllo degli scambi. Io non sono in grado di confermare questa ricostruzione, ma il caso aiuta a capire il problema: un’operazione pensata per provocare disagi potrebbe anche causare conseguenze molto più gravi di quelle previste. E quando ci sono vittime diventa ancora più difficile gestire politicamente l’attribuzione delle responsabilità.

Anche quando si riesce a identificare il responsabile, dunque, reagire non è semplice.

Proprio così. Pensiamo a un sabotaggio contro un aereo: anche se si individuassero i responsabili, che cosa si dovrebbe fare? Dichiarare guerra a uno Stato per il danneggiamento di un velivolo? È una risposta sproporzionata, e chi organizza queste operazioni lo sa benissimo. Il problema è che si tratta di un gioco pericolosissimo. Prima o poi potrebbe accadere che una bomba esploda davvero su un aereo o che un’azione provochi numerose vittime. A quel punto il rischio è che si passi a forme di ostilità molto più gravi.

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