L’eredità pesante del referendum e le tensioni in seno al Governo

Voto politico anticipato o avanti fino alla scadenza naturale? Che il risultato del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia avesse una incisiva ricaduta sulla scena politica nazionale era ampiamente previsto. Anche se la nettezza del successo del no – oltre due milioni il distacco, con un’affluenza record che ha sfiorato il 60% – ha accentuato l’impatto all’interno dei due contrapposti schieramenti partitici, che ora si interrogano su come tesaurizzare, le opposizioni, o recuperare, le maggioranze, quel grande serbatoio, che sembra disattenderli quando si presentano alle elezioni politiche generali.
I sondaggi riservati, nel senso che non erano portati alla nostra conoscenza generale diffusa ma erano veicolati nei corridoi, dei giorni immediatamente precedenti al voto davano in vantaggio il no. Tutto si giocava, appunto, sull’affluenza. Imprevisto che ci mobilizzassimo in ventisette milioni e che in quattordici e mezzo barrassimo sulla scheda verde il no e in dodici e mezzo segnassimo il sì. In Lombardia, provincia di Brescia compresa e città a parte, il risultato è ribaltato: vince il sì, con percentuali ancora più ampie.
La presidente Meloni, nel confermare che intende proseguire nella sua azione di governo, ha voluto da subito lanciare segnali di movimento e di risposta. Sono caduti due esponenti del ministero della Giustizia al centro di vicende giuridiche e dichiarazioni duramente contestate: il sottosegretario Andrea Delmastro e il capo Gabinetto del dicastero, Giusi Bartolozzi, su esplicita richiesta della Meloni. Li ringrazia per il lavoro svolto e la sensibilità dimostrata. La decisione è sofferta e arriva dopo un colloquio finale con il Guardasigilli Nordio. Lui si assume la responsabilità politica della sconfitta del sì e procede nel suo operato.
Analoga pubblica sollecitazione alle dimissioni la Meloni rivolge alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, alle prese con un processo a Milano. Da tempo respinge le sollecitazioni a compire un passo indietro. Lei tenta nuovamente di resistere, poi deve accettare, pure rivendicando la sua correttezza e non celando punte polemiche nei confronti della sua maggioranza di governo.
Le opposizioni inizialmente pensano di poter cavalcare le polemiche nei confronti dei tre esponenti e di puntare a logorare Giorgia Meloni, da qui alla scadenza elettorale dell’anno prossimo. Poi passano ad incalzarla puntando sull’avviso di sfratto popolare, che sono pronte ad affrontare con un voto politico anticipato, puntando sui problemi reali del paese: non possono apparire loro come i fautori della sua continuità.

La Meloni le considera non in grado di elaborare, a breve, una strategia di governo e decidere, compatte, chi deve impersonarla come leader. Però non vuole andare al voto con l’attuale legge elettorale, che comporta di fotografare la spaccatura nazionale e impedire una coerente azione di governo. Ma che ne pensano Lega e Forza Italia? Davvero il referendum lascia una eredità pesante. Va gestita tenendo presente che un voto politico si gioca sulla politica estera e il carrello della spesa nazionale. Viene richiesta capacità di movimento adeguato e di sintesi consapevole. Ci aspettano settimane cariche di tensioni.
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