Opinioni

Energia e debito in un’Italia che vive in perenne emergenza

Il tempo nel nsotro Paese si misura con due ordini di grandezza: il breve periodo e l’emergenza. Il breve periodo dura quarant’anni, l’emergenza dura per sempre.
Paolo Panteghini

Paolo Panteghini

Editorialista

Il rigassificatore Olt di Livorno - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il rigassificatore Olt di Livorno - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

In Italia il tempo si misura con due ordini di grandezza: il breve periodo e l’emergenza. Il breve periodo dura quarant’anni, l’emergenza dura per sempre.

Veniamo al breve periodo. Nel 1987, impauriti dalle emissioni nucleari provenute l’anno prima da Chernobyl, gli italiani decisero, mediante referendum abrogativo, di abbandonare la produzione di energia nucleare. E continuarono tranquillamente a importare quella prodotta in Francia (15 miliardi di kilowattora, ultimo dato disponibile, pari al 4-5% del nostro fabbisogno), indifferenti al fatto di essere comunque circondati da impianti nucleari in tutta Europa.

E veniamo alla seconda unità di misura del tempo: quella dell’emergenza. Quando il costo dell’energia supera una soglia psicologica (che varia di giorno in giorno), ci ricordiamo che rappresenta uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per il nostro sistema produttivo. Ad aprile 2026, per esempio, il prezzo dell’elettricità in Italia si attestava intorno a 119 euro/MWh, contro livelli molto più bassi in Germania, Francia e Spagna (come emerso dal recente incontro tra Confindustria e Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente).

Dopo l’invasione dell’Ucraina, tutti i Paesi europei hanno subìto un aumento dei prezzi energetici, ma non tutti hanno reagito allo stesso modo. Germania e Spagna hanno usato la crisi per accelerare la trasformazione del mix energetico (come documentato, tra gli altri, da Climate Policy); la Francia ha continuato a beneficiare del nucleare. L’Italia ha scelto di mantenere il proprio mix energetico: invece di investire per ridurre la dipendenza, ha aumentato le importazioni di Gnl e continuato a comprare elettricità dalla Francia. Dal 2022 ha ampliato rapidamente la capacità di rigassificazione, ma il risultato è stato ridurre il rischio di carenze, non il costo dell’energia.

Il Gnl è più caro del gas via tubo: in pratica, il Paese ha sostituito una dipendenza con una più costosa. Il risultato è evidente: a parità di shock, l’Italia paga l’energia più cara. Non per sfortuna, ma perché arriva alle crisi con un sistema più fragile e meno capace di adattarsi. A questo si aggiunge una scelta politica che conferma l’assenza di una strategia.

Di fronte al caro energia, il dibattito si concentra sulla sospensione dei vincoli di bilancio per finanziare misure sui carburanti, utilizzando anche le maggiori entrate generate dai rincari: circa 2,6 miliardi nel 2024 dai proventi Ets e fino a 1,5-2 miliardi di extragettito Iva. Risorse redistribuite con interventi a pioggia e, dunque, «omeopatici». Confindustria e il governo chiedono di poter fare altro debito per attenuare temporaneamente i costi, senza considerare che l’Italia, il Paese più indebitato dell’area euro, rischia di aumentare significativamente il costo del servizio del debito pubblico (cioè la spesa per interessi sul debito accumulato), già oggi pari a circa il 137% del Pil. Per ogni centesimo di riduzione del prezzo del carburante, quanti centesimi di interessi sul debito dovremo pagare?

Così, si interviene sui sintomi, quasi mai sulle cause. Le entrate straordinarie vengono usate per contenere i prezzi nel breve periodo, non per ridurre la dipendenza energetica o accelerare gli investimenti. Più che una risposta alla crisi, è la continuazione di un approccio consolidato: tamponare l’emergenza e rinviare le scelte strutturali. Sul Titanic si balla magnificamente.

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