I lavori nel cantiere del cosiddetto «campo largo» fervono da mesi, ma l’impressione è che, nonostante il viavai di operai e la quantità di materiali scaricati a terra, si faccia un’enorme fatica a dare una forma compiuta e stabile alla sua architettura. Il problema, che si trascina dietro le scorie di anni di identità frammentate, non è soltanto di natura condominiale.
Non si tratta, cioè, unicamente di decidere se l’edificio debba essere progettato intorno alla leadership del Partito democratico, forza di maggioranza relativa della coalizione, o se debba concedere il diritto di veto e ampi spazi di manovra al socio minore, ma sempre ingombrante, del Movimento 5 Stelle. La vera sfida, quella da cui dipende il futuro dell’alternativa in Italia, è ben più seria: definire un programma comune che permetta all’alleanza di fare un decisivo salto di qualità. Passare dallo status di opposizione reattiva e combattiva, non sempre in modo pertinente, a quello di credibile forza di governo.
Per compiere questo passaggio non bastano gli slogan di piazza. Servono risposte precise su due macro-temi che misurano la maturità di una coalizione aspirante a Palazzo Chigi: la politica estera e la politica economica. Ed è proprio qui che i nodi vengono al pettine, mostrando come la vicinanza tattica contro l’avversario comune non si traduca quasi mai in una visione strategica condivisa.

La cronaca recente ha offerto l’ennesima plastica dimostrazione di questa fragilità sul fronte internazionale. Di fronte al delicatissimo dossier degli aiuti militari e finanziari all’Ucraina, il centro-sinistra si è letteralmente frammentato, arrivando a esprimere ben sei posizioni diverse in sede di voto. Un caleidoscopio di sfumature che va dal sostegno atlantista incondizionato al pacifismo radicale, passando per l’astensionismo tattico e i distinguo sull’uso delle armi oltre il confine russo. Questa cacofonia non è un dettaglio. Per le cancellerie internazionali e per gli elettori, l’incertezza sulla collocazione geopolitica del Paese è un lusso che una forza di governo non può permettersi.
Non meno tortuoso è il sentiero della politica economica. All’interno del campo largo esiste una facile, quasi scontata concordia quando si tratta di stilare la lista della spesa. Tutti d’accordo nel chiedere più fondi per la sanità pubblica, investimenti massicci sulla scuola, il potenziamento del welfare e la rivalutazione degli stipendi per contrastare la perdita del potere d’acquisto.
I guai veri nascono quando si passa dalla colonna delle uscite a quella delle entrate. Secondo stime prudenti, l’insieme delle rivendicazioni e delle promesse economiche avanzate dalle varie anime della coalizione comporterebbe una maggiore spesa pubblica di almeno 25 miliardi di euro all’anno. Una cifra monstre che cozza con i vincoli del Patto di Stabilità e con la realtà di un debito pubblico da monitorare costantemente.
Come finanziare questo piano? Nelle ultime settimane è riemersa con forza la proposta della tassa patrimoniale, presentata da alcuni settori dell’alleanza come la chiave di volta del programma economico. Eppure, anche su questo strumento si fatica a uscire dalle sabbie mobili del vago. Lo scarto tra la propaganda e la fattibilità tecnica è enorme.
Cambia radicalmente il discorso se si ipotizza una tassa mirata esclusivamente ai grandi miliardari o se si abbassa la soglia per colpire fasce di ricchezza sensibilmente minori. Nel primo caso, la misura rischia di essere puramente simbolica: i super-ricchi dispongono di strumenti legali e finanziari sofisticati per delocalizzare i patrimoni e trasferire la residenza fiscale altrove in poche ore. Nel secondo caso, se la soglia viene fissata troppo in basso, il provvedimento finisce per erodere i risparmi e i beni immobiliari di quel ceto medio già ampiamente tassato, trasformando la manovra in un suicidio politico e sociale.
Fissare l’asticella oltre la quale si applica il prelievo non è un dettaglio contabile, ma una scelta politica di fondo che ridefinisce l’area dei favorevoli e dei contrari. Senza una sintesi rigorosa e realistica su questi numeri, il programma economico rischia di rimanere un libro dei sogni. Il cantiere del campo largo è avvertito: se non troverà presto un’architettura solida, le prime piogge della realtà rischiano di far cedere presto le sue fondamenta.




