L’Italia è rientrata ufficialmente nel nucleare. Ne eravamo usciti dopo Chernobyl, avevamo confermato il nostro rifiuto dell’atomo dopo Fukushima, ma adesso, spinti dalla crisi di Hormuz e impauriti dalla nostra eccessiva dipendenza dall’estero, abbiamo fatto una convinta marcia indietro. O meglio: la destra al governo ha imposto la marcia indietro in Parlamento nonostante la scontatissima contrarietà delle sinistre. Proprio come tanti anni fa. Fateci caso: come se la fissione dell’atomo fosse una cosa di destra e il suo rifiuto un pallino della sinistra. È una specie di coazione a ripetere in cui la vera vittima è il cittadino che non sa a chi credere.

La battaglia, peraltro, infuria sul principio in sé perché lo stesso ministro proponente, Pichetto Fratin, avverte che ora abbiamo solo restaurato il «quadro giuridico» per rimettere in piedi il nucleare che arriverà con le sue centrali grandi o piccole, se arriverà, dopo gli anni ’30. Ma ogni parola con l’esclamativo annesso, è tutto carbone per la caldaia già accesa della campagna elettorale. Ormai che il voto è vicino, lo si sente odorando l’aria: le bandiere sono spiegate prima ancora che gli eserciti si formino, e il dilemma: nucleare sì - nucleare no si è già ben piantato sulla piana della battaglia.
Ed è in ampia compagnia: altro stendardo, proprio lì accanto, è il riarmo, ossia i fondi per la difesa imposti dalla tirchieria di Trump e dalle minacce di Putin. La destra, per la verità senza nessuno entusiasmo guerrafondaio, fa della necessità virtù (Salvini borbotta ma si adatta). Ma la sinistra si inviperisce: «Così togliete i soldi agli ospedali, alle scuole, alle case popolari!» E due.
Tre. La sicurezza. Che significa, automaticamente: gli immigrati irregolari. La destra si attizza per ogni espulsione di stranieri che hanno commesso un reato, la sinistra – politica, mediatica, giudiziaria – ripete che c’è del razzismo al governo e che degli immigrati abbiamo bisogno. C’è una parola, «risorsa», che destra e sinistra si strappano dalle mani. «Gli immigrati sono risorse per pagare le nostre pensioni» dice la sinistra; «Eccola, la vostra risorsa» ribatte la destra ogni volta che la polizia mette le manette a qualcuno arrivato col barcone. E i toni si scaldano vieppiù perché c’è una destra della destra, ossia Vannacci, che come i neonazisti tedeschi dell’AfD propaganda la «remigrazione», ossia la deportazione forzata di tutti gli immigrati irregolari, e conta con questo di far incetta di voti, e non è detto che abbia torto.
Quattro, il tifo per l’oltreconfine. La destra sta con l’Ucraina contro l’invasore Putin. La sinistra sta con i Palestinesi contro l’invasore Netanyhau. Un fossato li divide. Solo una cosa li unisce: lo sconcerto per Trump. Anche Meloni e «Giuseppi» Conte hanno lasciato perdere la bandiera a stelle e strisce (se non per quel tanto che si deve).
Cinque, le tasse. Anzi, meglio: la patrimoniale. Se ne è impossessata Elly Schlein prima che ci pensasse Conte, che la supera sempre un po’ a sinistra. Così riemerge persino lo sciagurato manifesto di Rifondazione Comunista del 2006: «Anche i ricchi piangano». I giornali della destra si scatenano: giù le mani dalle tasche degli Italiani! Alla ricerca dell’ultimo voto.
E insomma. Da una parte: no al riarmo, no al nucleare, sì alla patrimoniale, no al razzismo e Free Free Palestine. Dall’altra: sì al nucleare, sì al riarmo («ci tocca»), basta con gli immigrati irregolari, no alla patrimoniale, e forza Zelensky (Salvini sul punto fischietta).
Vi sembra uno spettacolo ripetitivo? Ebbene sì, non si può negarlo. Ma consoliamoci, almeno non ci riserva sorprese. Di questi tempi è già tanto.




