Conti pubblici: non è solo una questione di decimali

Maledetti decimali. Alcuni ricorderanno che otto anni fa, al momento della manovra finanziaria per il 2019, c’era stato un confronto tra governo (Conte I) e Commissione europea sull’entità del disavanzo in rapporto al Pil (2,4% per il governo e 2,9% per la Commissione), con il rischio di incorrere nella procedura d’infrazione del Patto di Stabilità a causa di una riduzione troppo lenta del disavanzo. Questa volta invece il deficit dell’Italia del 2025 non riesce a scendere al 3% sul Pil per pochi decimali: bastava lo 0,03% in meno per scendere dal 3,07% - dato finale confermato ieri - al 3,04%, che si poteva arrotondare al 3%...
Non consola che la Francia e pochi altri paesi abbiano un deficit superiore al nostro; né ci rallegra considerare i dati del debito, pari al 138% sul Pil, in quanto perfino la Grecia sta facendo meglio (peraltro è quest’ultimo indicatore che riflette maggiormente le scelte passate sul Superbonus).
Così, l’Italia resta sotto la procedura d’infrazione, con tutto quello che ne consegue. A cominciare dalla necessità di avere meno margini per effettuare le spese per la difesa; di conseguenza sarà forse necessario (come ammesso dallo stesso ministro Giancarlo Giorgetti) riprogrammare tali investimenti. Comunque, anche se il deficit scendesse sotto il 3% quest’anno - come previsto nel Documento di finanza pubblica (Dfp) - l’Italia uscirebbe dalla procedura per disavanzo eccessivo solo nel 2027.
Al di là della maggiore o minore ragionevolezza della richiesta alla Commissione Ue di sospendere il Patto di stabilità (come fu fatto nel 2020 ai tempi della recessione pandemica) e questa volta a causa dei conflitti in corso e della crisi energetica, il problema è che l’Italia pare quasi sola in questa richiesta (per inciso fu Giorgetti a firmare per l’Italia l’ultima versione del Patto nel dicembre 2023). Peraltro, se la Commissione dovesse cedere su questo punto significherebbe una continuazione o addirittura un peggioramento dei conflitti nel mondo: un quadro non certo accattivante…
Riguardo alla riduzione del deficit, il Governo ha ottenuto un risultato considerato da molti irraggiungibile. Nel 2022, quando si è insediato l’attuale Governo, abbiamo trovato un rapporto deficit/Pil dell’8,1%; oggi lo abbiamo portato al 3,1%. Un dato non solo inferiore di 5…
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) April 22, 2026
Il problema cruciale continua ad essere la bassa crescita dell’Italia (e non solo perché una crescita più alta ridurrebbe tutti i rapporti rilevanti). Negli scenari del Dpf, il Pil continuerebbe a crescere (poco) come negli anni scorsi: +0,6% quest’anno ed anche il prossimo nello scenario base; ma in uno scenario avverso - con una situazione altamente conflittuale in Iran e Medio Oriente ed il conseguente impatto energetico - il Pil crescerebbe solo dello 0,4% quest’anno e poi ci sarebbe una vera recessione (-0,2%) l’anno successivo. Scenari simili od anche peggiori sono stati prospettati da altri organismi, come il Fondo monetario internazionale.
Il Dfp comprende solo il quadro tendenziale e non rivela quali sono i programmi o le strategie per rilanciare la crescita. Come pensa di muoversi il Governo? Per esempio, bene la rassicurazione dell’impegno a mantenere gli stanziamenti previsti per il Piano Casa ma, a parte la loro entità (si tratta di 1,3 mld. di euro soltanto), vorremmo vedere più misure concrete di questo tipo. Al di là dei decimali di deficit, quindi, rimane la constatazione di fondo: l’economia italiana è praticamente ferma ed è ultima per crescita tra i paesi europei. Né pare che il Pnnr - nell’anno finale della sua esecuzione - abbia avuto effetti tangibili sulla crescita. Una svolta più decisa nella nostra politica economica appare inderogabile.
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