C’è una domanda che credo il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio di porsi: quando abbiamo smesso di misurare la politica soprattutto per la sua capacità di cambiare concretamente le cose? Non è un invito a rinunciare alla propria identità. I valori indicano una direzione, ma chi ambisce a governare deve saperli trasformare in scelte, riforme, risultati. È per questo che mi convince l’idea di un riformismo concreto.
Non l’ennesima etichetta, ma un metodo: partire dai problemi reali, costruire soluzioni, verificarne l’efficacia e correggerle quando non funzionano. Perché mentre la politica discute molto di se stessa, il Paese cambia. E spesso lo fa senza essere governato.
La grande riforma della sanità risale al 1978; le politiche per la casa continuano ad appoggiarsi a strumenti pensati per un’Italia che non esiste più. Nel frattempo sono cambiate le famiglie, la demografia, i bisogni di cura e il lavoro. Nel Nord produttivo non mancano soltanto le competenze: sempre più spesso manca la manodopera. Pesano il calo demografico e un rapporto con il lavoro profondamente cambiato.
Pesano anche salari che crescono troppo poco, mentre il costo della vita corre. Da bambina leggevo Gianni Rodari e sorridevo quando i suoi personaggi osservavano, con ironia, quanto costasse il prosciutto. Era un modo leggero per raccontare quanto le condizioni materiali incidano sulle nostre scelte. Oggi quella battuta fa meno sorridere. Perché al prosciutto dobbiamo aggiungere l’affitto o il mutuo, le bollette, i figli, un genitore anziano da assistere. E una classe media che vede restringersi il proprio margine di sicurezza e teme di scivolare verso il basso.
È qui che la politica dovrebbe tornare a misurare la propria efficacia: non nella capacità di raccontare le paure, ma in quella di dare loro una risposta prima che diventino rabbia. È questo, per me, il significato più concreto del verbo disinnescare. Significa intervenire sulle ragioni dell’insicurezza: una visita che non arriva, una casa inaccessibile, un salario che non basta, un’impresa che non trova lavoratori. Ma significa anche disinnescare un confronto pubblico diventato una contrapposizione permanente.
Abbiamo mutuato dalle curve delle tifoserie un modo di discutere nel quale ogni tema deve dividere e ogni avversario diventa un nemico. Prima ancora di ascoltare una proposta decidiamo se ci piace in base a chi l’ha avanzata. Disinnescare non significa rinunciare alle differenze o alla forza delle proprie idee. Significa avere idee abbastanza solide da metterle alla prova dei fatti. Ed è qui che il ragionamento torna al centrosinistra.
Riforme, riforme, riforme
La nostra storia migliore è quella delle riforme. Abbiamo dato il meglio quando abbiamo trasformato principi e valori in servizi, opportunità, diritti effettivi e riduzione delle disuguaglianze. Diritti civili e diritti sociali non sono alternativi: contrapporli sarebbe un errore. Ma tra affermare un diritto e renderlo effettivo c’è lo spazio della politica. È lì che, quando si governa, si misura la credibilità. Per questo credo che al centrosinistra servano meno identitarismo di maniera e più concretezza ed efficacia. Non per essere meno riconoscibile, ma per tornare a essere riconosciuto anche da chi oggi non ci vota.
Non basta avere ragione tra noi: dobbiamo avere risposte utili per il Paese. Vale anche per le primarie. Sono uno strumento importante di partecipazione, ma la politica viene prima delle primarie. Prima dobbiamo discutere di quale sanità, lavoro, welfare, politica industriale, casa e sviluppo vogliamo. Dobbiamo costruire una proposta capace di parlare oltre il perimetro di chi è già convinto. Poi scegliere chi possa rappresentarla meglio. Altrimenti rischiamo di scegliere il capitano prima ancora di aver deciso dove andare.
E mentre il centrosinistra deve interrogarsi su tutto questo, dopo quasi quattro anni di legislatura al Governo va posta una domanda altrettanto concreta: al di là della capacità di occupare e polarizzare il dibattito pubblico, quale grande questione strutturale del Paese è stata davvero affrontata? La casa? I salari? La sanità? Il lavoro? Un Paese normale non ha bisogno di una campagna elettorale permanente. Ha bisogno di una politica capace di governare i cambiamenti. Le riforme restano. Le polemiche passano. Tutto il resto è rumore.



