Il record che oggi taglia il governo Meloni è una tappa verso un altro record, ossia il governo di legislatura, mai riuscito anch’esso nella storia italiana, salvo ovviamente il periodo fascista. E questo ci può permettere, al di là del riscontro numerico – dato pure molto significativo – e senza entrare nel merito del bilancio, che si farà a fine legislatura, di tentare un ragionamento più in profondità.
Perché appunto un governo di legislatura era l’obiettivo del movimento referendario, quello che portò, per Tangentopoli interposta, alla riforma elettorale del 1994, con il passaggio da un sistema proporzionale a sistemi (perché poi ci furono varie riforme e se ne sta discutendo una quinta) maggioritari. Obiettivo regolarmente e clamorosamente mancato, fino al paradosso della XVIII legislatura: tra 2028 e 2022: tre governi, con tra maggioranze diverse, il colmo dei colmi.
Dopodiché il record, dopo elezioni difficilmente ripetibili. L’obiettivo che sembra si possa realizzare in questa XIX, ovvero trent’anni e più dopo l’avvento della cosiddetta seconda repubblica arriva dunque dopo un percorso tormentatissimo, ma è possibile renderlo strutturale? Certamente si tratta di una buona notizia per il sistema-paese nel mondo della «guerra mondiale a pezzi». L’Italia – basti il paragone con Francia e Regno Unito – nell’arco di questo quadriennio ha brillato per stabilità, proprio mentre quelli che erano stati i modelli dei riformatori degli anni novanta del Novecento smottavano.

Per quanto riguarda invece il quadro «domestico» – Andreotti scrisse nel 1991 una storia d’Italia intitolata Governare con la crisi – un lunghissimo governo ingessa anche, per cui il record sarebbe stato più convincente se nel corso dei 1412 giorni alcuni ministri poco preformanti fossero stati sostituiti. Il mestiere di ministro è complesso ed usurante e cambiamenti in corsa possono aiutare la compagine ad essere più efficace. Ma l’arte del rimpasto è complessa e difficile, in quanto occorre muoversi tra Scilla e Cariddi, ovvero tra la giusta vigilanza del Colle sulle procedure e le faticose dinamiche di coalizione. Per cui i cambi si sono limitati allo stretto indispensabile, istituzionale (Fitto-Foti), personale (Sangiuliano-Giuri) e politico (Santanchè-Mazza). Questo ha accentuato la percezione nell’opinione pubblica della «solitudine» della presidente, che spicca sulla sua compagine, ma nello stesso tempo ne mette in evidenza i punti deboli. Anche perché si tratta pur sempre di un governo di coalizione.
E qui si pone la vera questione se il record sia un’eccezione che conferma la regola o indichi una evoluzione del sistema politico. Ricordiamo infatti che il cambiamento della forma di governo realizzato a livello locale e regionale nel 1993 e nel 1995 non si è mai riprodotto a livello nazionale per difetto di legittimazione tra gli schieramenti, oltre che per le fragilità strutturali del Pese (si veda la crisi del 2011). Qui si innesta il dibattito in corso sulla riforma elettorale. La vera stabilità infatti, al di là dei record, si realizzerà quando gli schieramenti coopereranno a rendere la stabilità strutturale e reciprocamente legittimata, riducendo lo spazio delle posizioni più radicali. Che invece in Italia (e non solo) stanno crescendo. E cui si devono dare con urgenza risposte strutturali e non solo gli strilli di una campagna elettorale permanente.
Francesco Bonini, Rettore della Libera Università Maria Santissima Assunta - Lumsa, Roma




