C’è una trappola aritmetica che domina la politica italiana: la convinzione che per battere una destra capace di ricompattarsi quando si tratta di fare fronte comune, basti sommare tutte le opposizioni. È su questa scorciatoia che si regge l’idea del «Campo Largo».
Ma basta scalfire la superficie degli slogan elettorali per rendersi conto che tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non c’è solo un problema di alchimia tattica: c’è una distanza profonda sull’idea stessa di Paese. Certo, un perimetro di intesa esiste ed è visibile quando si parla di sanità pubblica, salario minimo o diritti civili.
Ma la prova del governo è un’altra cosa, e quando si esce dal terreno comodo della protesta, le identità riemergono con tutta la loro forza. Prendiamo la politica estera, da sempre il vero convitato di pietra. Mentre il Pd di Elly Schlein prova a tenere il punto su un ancoraggio atlantico ed europeo che include il sostegno materiale all’Ucraina, Giuseppe Conte e la sinistra radicale viaggiano sulla direzione opposta, chiedendo il blocco delle armi e lo stop all’aumento delle spese Nato. Si può governare insieme una nazione senza avere in tempi come questi una posizione comune sulla sua collocazione geopolitica?
Lo stesso cortocircuito si ripete sulla sicurezza urbana e l’ordine pubblico. Il Pd tenta di non regalare alla destra la richiesta di protezione che sale dalle periferie, bilanciandola con le garanzie democratiche. M5S e Avs, al contrario, vivono ogni stretta normativa con l’incubo di una presunta «svolta autoritaria». Un divario che si fa plastico sui territori: l’evidente imbarazzo dei democratici di fronte alle violenze dei movimenti No Tav (Elly Schlein ha impiegato due giorni prima di prendere una posizione) contrasta con la vicinanza, spesso esplicita e rivendicata, che pentastellati e sinistra radicale garantiscono a quelle stesse piazze o ad aggregazioni come quella di Askatasuna a Torino. L’altro giorno, nel Consiglio comunale torinese, i grillini si sono presentati con striscioni «No Tav» mentre il Pd e il sindaco Lo Russo, come tutti i suoi predecessori, sono decisamente a favore della grande opera ferroviaria.
Non va meglio sullo sviluppo. L’emblematico scontro sul termovalorizzatore di Roma parla da solo: da una parte un PD costretto al pragmatismo industriale e legato al mondo del lavoro; dall’altra un ambientalismo senza sfumature che guarda con sospetto a qualsiasi cantiere, dai rigassificatori all’alta velocità e desidererebbe di chiudere una volta per tutte l’Ilva di Taranto, di nuovo sotto sequestro della magistratura.
Se a questo aggiungiamo la distanza sulle politiche sociali – con un M5S arroccato sul feticcio del Reddito di Cittadinanza – e i veti incrociati di Conte contro qualsiasi apertura alle forze centriste, il quadro si fa impietoso. La conseguenza di tutto ciò è che, a oggi, questa «alleanza» (che stenta persino a definirsi tale) non possiede né un programma condiviso né un leader riconosciuto.
Resta da capire come Schlein e Conte pensino di combattere una battaglia per l’egemonia interna in cui nessuno dei due pare intenzionato a cedere un millimetro. Senza un atto di trasparenza sulle proprie contraddizioni, il Campo Largo rischia di rivelarsi per quello che non dovrebbe essere, come insiste ad avvertire Romano Prodi: un semplice cartello anti-Meloni che, dopo il referendum sulla giustizia, si è convinto di avere già in mano la vittoria.




